All’alba perderò // Andrea Muzzi

all'alba perderò

Durante le vacanze estive ho avuto l’occasione di assistere all’anteprima del nuovo film di Andrea Muzzi: “All’alba perderò”, derivato dall’omonimo spettacolo teatrale. E’ stato un ottimo momento di riavvicinamento al cinema italiano, quello sincero e geniale, con una produzione virtuosamente definita “dal basso”.

Andrea Gregoretti è un regista emergente di cinquant’anni. La definizione di emergente se la autoattribuisce, nonostante l’età non proprio puerile. Il motivo è che i progetti cinematografici di Gregoretti si fermano sempre di fronte alla porta chiusa di un produttore. I ripetuti fallimenti fanno scivolare il nostro regista in uno stato depressivo dove addirittura arriva a sognare di vincere un Oscar nell’ambita categoria “Fallito dell’anno”. In questo sprofondo emotivo, nella mente di Gregoretti affiora un ricordo di infanzia, legato ad un compagno di scuola che in quinta elementare, durante il dettato, riuscì a fare 24 errori in una sola parola. Il ricordo di questo fuoriclasse della grammatica, stimola in lui l’entusiasmo per un nuovo progetto, capace di riscattare tutti i suoi fallimenti e che viene chiamato “All’alba perderò”.

L’idea di Gregoretti è quella di raccontare le gesta di chi ha fallito più di lui. Si imbatte così nei fuoriclasse della sconfitta, ovvero uomini che hanno perso, ma lo hanno fatto in un modo unico. Si imbatte ad esempio nella storia di Taki Inoue, considerato il peggior pilota di Formula uno, in quanto è l’unico ad aver tamponato la safety car durante un gran premio. L’unico ad essere stato investito dalla macchina della guardia medica. Gregoretti si appassiona poi alla storia di Eric Moussombani, un nuotatore della Nuova Guinea Equatoriale che partecipò alle olimpiadi di Sidney nella categoria 100 metri stile libero. Il problema era che Moussumbani aveva imparato a nuotare solo otto mesi prima della gara e lo aveva fatto in un fiume dove l’acqua era pure bassa. Il risultato? Moussombani rischiò di affogare, nonostante gli altri due concorrenti fossero stati eliminati per falsa partenza e avrebbe dovuto soltanto completare le due vasche previste.

E così via, in un alternarsi di scene e personaggi a metà tra l’opera teatrale e la commedia di pieraccioniana memoria. Gregoretti porta alla luce storie sconosciute, scarica e visiona filmati, ritaglia articoli ed alla fine intuisce quanto il fallimento sia più educativo della vittoria. “Ogni fallimento è un passo verso il successo”, lo danno per scontato ad esempio oltreoceano, dove non importa quante volte si cade, ma quanto in fretta ci si rialza. In una società all’antitesi come quella italiana invece, intossicata da ben altri disvalori, il film di Andrea Muzzi saprà sicuramente far riflettere gli animi.

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