PER ADESSO NON CI SIAMO

contestazione draghi 2015

Il nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi, è sicuramente una figura molto autorevole. Quando era a capo della Banca Centrale Europea si narra che i principali leader europei, tra cui la Merkel, lo contattavano quando ci si trovava in una impasse e c’era bisogno di raggiungere una soluzione, la via d’uscita era: “Sentiamo Mario che dice”. Questa sua autorità conquistata sul campo con il risultato assolutamente non scontato di aver salvato l’Euro in uno dei suoi momenti più difficili, in cui non era un tabu parlare di ritorno alle monete nazionali, nè di uscita dall’Unione Europea (la Gran Bretagna l’ha fatto) gli è valsa sicuramente una consolidata credibilità. Lo spread italiano appena gli è stato dato l’incarico di formare un governo si è abbassato ai minimi storici e questa ne è appunto una dimostrazione.

Premesso tutto ciò, veniamo al problema, quello politico. La maggioranza che attualmente sostiene il suo esecutivo è frutto dell’appello del Presidente della Repubblica, che per una volta è stato ascoltato alla lettera, e si è formata nel modo più ampio possibile. La responsabilità dei partiti sta però nel non aver posto alcun veto. I soggetti che guidavano la precedente maggioranza avrebbero potuto ugualmente formarne un’altra più stabile e allargata (si sarebbe potuto contare sui centristi, i famosi ‘costruttori’ che si sono tirati indietro per il Conte Ter) e rispondere così ugualmente all’appello di Mattarella. Il Presidente del Consiglio sarebbe stato comunque Draghi, con tutta la sua autorevolezza, ma la coalizione sarebbe stata organizzata in modo più coerente rispetto a quanto fatto adesso.

Nella giornata di ieri la formazione della squadra di governo si è conclusa con la nomina dei sottosegretari. In generale, l’intero esecutivo è composto da poche donne (appena un terzo, alla faccia delle quote rosa) e quelle di spicco presenti sono: la Carfagna e la Gelmini che ci fanno ritornare improvvisamente giovani, ricordandoci il governo Berlusconi commissariato nel 2011 per aver portato il Paese sull’orlo del default; la Bellanova riciclata ai trasporti (non sarebbe potuta andare all’Agricoltura per continuare il lavoro che stava facendo?); la ciellina Cartabia che aveva affermato come la Costituzione non permette unioni differenti da quelle tradizionali; la Bergonzoni sottosegretaria alla Cultura, che ha orgogliosamente rivendicato di aver letto l’ultimo libro soltanto tre anni fa (anche fosse, almeno non lo dire). Infine, ultima, ma non per minor clamore, la senatrice leghista Stefania Pucciarelli che nel 2017 mise like al commento di un utente che chiedeva l’uccisione dei migranti nei forni crematori, diventa in questo governo sottosegretaria alla Difesa.

Per quanto riguarda la componente maschile, essendo la maggioranza del governo, sorvolerei per non dilungarmi troppo. Mettiamola così. Vorrei far notare soltanto che agli Interni è diventato sottosegretario un tale Moltheni della Lega, ovvero il falco dei decreti sicurezza del governo Conte I che tanti problemi hanno creato in materia di immigrazione, invece di risolverli (giustamente se si risolvessero realmente poi non ci si può più fare campagna elettorale sopra).

Dove è finito il così detto “Governo dei migliori” quello per cui tutti si sarebbero sacrificati a chius’occhi e che faceva dire al suo incendiario fautore Matteo Renzi: “E’ cambiato tutto ed è cambiato in meglio”? L’impressione è che Mario Draghi, forse preso alla sprovvista da questo nuovo incarico che non aveva minimamente in questo momento tenuto in considerazione, si stia facendo ‘cucinare’ dai partiti.

L’unico cambiamento purtroppo tangibile fino ad ora è che, a causa del nuovo insediamento e delle nomine di tutto l’apparato, si è perso almeno un mese prezioso in tempi di pandemia, e bisogna vedere quanto altro ancora se ne perderà prima che i nuovi nominati riusciranno ad essere realmente operativi. Un esempio su tutti è il così detto Decreto Ristori 5 che molti stanno aspettando da dicembre, e che è fermo insieme allo stop delle cartelle fiscali previsto per domenica 28 febbraio e di cui ancora non si ha la certezza che venga proprogato (mancano tre giorni). Nel frattempo i beneficiari di tali misure aspettano ormai da due mesi di ricevere un qualche tipo di aiuto economico e non sanno se da qui alla prossima settimana si troveranno con delle incombenze fiscali da dover onorare. Complimenti un vero ‘capolavoro’ questa crisi di governo, in questo momento, se ne sentiva proprio il bisogno.

L’unica speranza per evitare un sicuro tracollo (dato che un piano B penso a questo punto non esista) è che Draghi possa aver voluto accontentare i partiti in tutto e per tutto, per farli poi ‘stare buoni’ nel momento in cui dovrà decidere lui. La speranza quindi è che conclusa questa fase iniziale possa poi esserci una sorta di ‘autoritarismo presidenziale’, tanto per capire a cosa siamo costretti a sperare in questa situazione. Perchè se così non dovesse essere, vuol dire che si è sopravvalutato troppo l’ex presidente della BCE e forse il buon Conte, quando lo scorso settembre disse che chiamandolo lo aveva sentito molto stanco e disinteressato ad entrare in scena, nonostante venisse troppe volte ‘tirato per la giacchetta’, poteva non avere avuto (ahinoi) tutti i torti.

Filippo Piccini

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