15 dicembre 1969: la misteriosa morte di Giuseppe Pinelli

giuseppe pinelli

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 muore l’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito all’esplosione di una bomba nella sede di piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura, evento noto come strage di piazza Fontana.

Nato a Milano, nel quartiere popolare di Porta Ticinese, il 21 ottobre 1928, finite le scuole elementari deve andare a lavorare, ma legge molti libri per colmare i suoi studi lacunosi, fino ad avere una buona cultura autodidatta. Nel 1954 vince un concorso ed entra nelle Ferrovie dello Stato come manovratore. L’anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto. Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. Dal novembre 1966 partecipa e sostiene la rivista «Mondo Beat».

Il 1969 fu l’anno dell’autunno caldo, il momento di più alta unità e conflittualità operaia dalla nascita della Repubblica. In questo clima arroventato, il 12 dicembre, nei locali della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, lo scoppio di una bomba uccise numerose persone. La sera stessa della strage la polizia fermò 84 sospetti, tra cui Pinelli, invitato dal commissario Calabresi a precedere la volante della polizia in questura con il suo motorino per accertamenti.

Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trovava ancora nel palazzo della questura. Erano abbondantemente scadute le 48 ore e il fermo era diventato illegale in quanto non convalidato dal magistrato. Durante un interrogatorio da parte di Antonino Allegra (responsabile dell’Ufficio politico della questura) e del commissario Luigi Calabresi, in presenza di quattro agenti della polizia in forza all’Ufficio Politico (Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli) e del tenente dei carabinieri (nonché agente del Sisdi) Savino Lograno, Pinelli precipitò dalla finestra dell’ufficio al quarto piano della questura in un’aiuola sottostante. Portato all’ospedale Fatebenefratelli, ci arrivò già morto.

La sentenza dell’inchiesta sulla morte fu emessa nell’ottobre 1975: il caso venne chiuso attribuendo la morte di Pinelli a un malore, secondo la sentenza del giudice D’Ambrosio. Lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi come nel caso di un collasso, avrebbe subito un’alterazione del centro di equilibrio, che causò la caduta.

L’assenza del commissario Calabresi dalla stanza al momento della caduta di Pinelli non sarà tuttavia creduta da parte degli ambienti anarchici e della sinistra e lo stesso verrà fatto segno di una violenta campagna di stampa avente il risultato di isolarlo. Alla campagna di stampa, condotta in maniera assai forte, aderirono molti esponenti della sinistra italiana. Calabresi fu assassinato nel maggio 1972, da aderenti alla sinistra extraparlamentare.

Leonardo Sciascia elencò in seguito, in un articolo su L’Espresso del 28 agosto 1988, alcune ipotesi alternative: omicidio seguito a violenze della polizia, suicidio in seguito a pressioni psicologiche eccessive, suicidio per sfuggire a torture.

La Commissione Stragi accertò in seguito che sulla strage di piazza Fontana la controinchiesta delle Brigate Rosse arrivò alla conclusione che la strage fu opera di una collaborazione tra anarchici (probabilmente inconsapevoli capri espiatori), fascisti e servizi segreti.

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