12 maggio 1974: referendum sul divorzio

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Oggetto del referendum era l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini che dal dicembre 1970 aveva reso più facile l’uso dell’istituto del divorzio, prima limitato a pochissimi casi.

Al momento della promulgazione della legge, il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull’argomento. Le forze laiche e liberali si erano fatte promotrici dell’iniziativa parlamentare (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini). Forti differenze erano comunque presenti fra le avanguardie più radicali (femministe, LID, Partito Radicale, l’ala socialista di Fortuna) e parti consistenti del PCI orientate verso una trattativa con la DC, o l’ala socialista di De Martino.

La campagna sul referendum fu molto accesa e vide la forte partecipazione anche della Chiesa, pur divisa al suo interno. Il 59,3% dei votanti si espresse contro l’abrogazione della legge: lo scarto fra i divorzisti e gli antidivorzisti fu circa del 20% e anche nel Meridione, dove la voce della Chiesa era tradizionalmente più ascoltata, la maggioranza si espresse a favore del divorzio.

La sconfitta antidivorzista rappresentò di fatto l’inizio della caduta politica di Fanfani, tra i più longevi protagonisti della Prima Repubblica: la successiva sconfitta democristiana alle elezioni regionali del 1975 lo costringerà a lasciare la carica di segretario a Benigno Zaccagnini. La vittoria del «no» fu anche un duro colpo anche per la Chiesa, che aveva sospeso a divinis l’abate don Franzoni, favorevole al mantenimento della legge.

Questi risultati, secondo i commentatori, portarono finalmente l’Italia ad una nuova maturità civile.

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