Il bombardamento di Guernica

Affrontando la scelta dell’anniversario da commemorare nell’“appuntamento con la storia” di questa settimana diversi sono stati gli episodi che, per la loro importanza, sono sembrati meritevoli di essere ricordati. Già solo limitandoci alla specificità delle vicende nostrane sarebbe apparso scontato ma non per questo meno doveroso ricordare il 25 aprile 1945, data in cui la penisola fu liberata dall’occupazione delle truppe tedesche e poté finalmente considerare conclusa l’atroce esperienza della dittatura e della guerra. O ancora, guardando ad un orizzonte europeo, avremmo potuto considerare il sottile filo rosso che lega proprio la suddetta esperienza italiana ad un altro 25 aprile, quello del 1974, giorno in cui, per un curioso ricorso storico, la così detta “Rivoluzione dei Garofani” abbatté in Portogallo il regime fascista istituito ben 51 anni prima da Antonio de Oliveira Salazar. La scelta è caduta, invece, su un episodio che può essere considerato una sorta di prequel alle vicende cui testé si è fatto riferimento e che, grazie anche alla monumentale rappresentazione pittorica di uno dei più grandi artisti del ‘900, Pablo Picasso, è divenuto contemporaneamente simbolo della barbarie del nazifascismo e dell’atrocità della guerra moderna: il bombardamento di Guernica.

Per conoscere gli accadimenti che hanno reso tristemente noto il nome della cittadina basca dobbiamo tornare al 26 aprile 1937. Da circa nove mesi la Spagna era infiammata da una feroce guerra civile scatenata dal generale fascista Francisco Franco contro il governo democraticamente eletto del fronte popolare, una coalizione di forze progressiste e di sinistra. Nel più ampio contesto che di lì a pochi anni avrebbe visto l’esplosione del secondo conflitto mondiale, lo scontro spagnolo assunse immediatamente carattere internazionale: nonostante la Società delle Nazioni – l’ONU dell’epoca – avesse stabilito la non ingerenza di Paesi terzi, infatti, nella penisola iberica giunsero, più o meno occultamente, importanti aiuti sotto forma di uomini e mezzi dalle potenze straniere schierate sulle posizioni ideologiche dell’una o dell’altra fazione. Se, dunque, dalla parte del Governo legittimamente eletto si schierò l’URSS di Stalin – il cui impegno, tuttavia, si rivelò più volto a combattere l’opposizione anarchica e trotskista particolarmente agguerrita in Spagna che a coordinare la lotta contro le truppe fasciste – e un ampio movimento di opinione pubblica da cui ebbero origine le “Brigate internazionali”, reparti di volontari provenienti da tutto il mondo, dalla parte di Franco si schierarono la Germania hitleriana e l’Italia di Mussolini.

Nonostante il tentativo esperito dal Führer e dal Duce di mascherare il loro coinvolgimento nel conflitto presentando anche gli italiani ed i tedeschi giunti a dar man forte alle forze nazionaliste come volontari, l’impiego delle truppe regolari nazifasciste fu ben presto evidente e innegabile. In tal senso proprio il bombardamento su Guernica rappresentò uno degli episodi più eclatanti e mostrò inequivocabilmente al mondo intero il diretto intervento delle flotte aeree di Roma e Berlino. Torniamo, dunque, a quel 26 aprile 1937. Erano circa le 16.30 del pomeriggio quando il rombo di alcuni motori cominciò ad avvertirsi nei cieli del piccolo centro basco, fino ad allora risparmiato da una guerra che non trovava nella sua struttura urbana obiettivi strategici di rilievo. I velivoli erano due Heinkel 51 della Luftwaffe con compito di ricognizione, i quali dopo aver sorvolato brevemente la cittadina si allontanarono in modo apparentemente pacifico. Nel volgere di pochi minuti, tuttavia, i cieli si affollarono di numerosi aerei: un Dornier DO 17, due Heinkel HE 111, 18 Junkers JU 52 Behelfsbomber della legione Condor tedesca e tre Savoia Marchetti SM 79 dell’aviazione legionaria italiana. La missione, nome in codice “Operazione Rügen”, era quella di radere al suolo la città con l’esplicita finalità – ammessa dallo stesso capo della Luftwaffe Herman Göring qualche anno più tardi – di sperimentare nuove tecniche di incursione aerea contro centri urbani. Nel bombardamento che seguì, protrattosi in varie ondate fino alle 19 circa, rimase distrutta oltre la metà della città; a morire, secondo le stime dei repubblicani, furono in 1645, mentre secondo i sovietici furono in 800 e secondo recenti studi non da tutti condivisi in circa 200.

Al di là del numero delle vittime l’impressione suscitata dall’accaduto fu enorme: si trattò, infatti, del primo bombardamento aereo su civili, prassi che sarebbe divenuta tristemente comune nel secondo conflitto mondiale. Il maldestro tentativo operato da Franco di attribuirsi il “merito” dell’incursione cui seguì due giorni dopo l’effettiva occupazione di Guernica da parte delle truppe falangiste, non poté nascondere a lungo l’identità dei veri responsabili e la crudeltà con cui l’azione era stata condotta spinse la stampa inglese a definirla il primo saggio del terrore nazista. La diretta percezione di una nuova modalità di scontro, privo di fronti e avulso dal differenziare militari e non nella tragedia della morte irrompeva nell’opinione pubblica di tutto il globo presagendo l’atrocità di una nuova, imminente carneficina.

Dopo aver tentato di assumerne la paternità, per lunghi anni il regime franchista, sopravvissuto fino al 1975, negò l’avvenimento stesso del bombardamento attribuendo alle forze repubblicane in fuga la distruzione della cittadina di Guernica. La memoria dell’accaduto, tuttavia, ha sconfitto ogni censura ed ha rappresentato un atto di accusa costante nei confronti del regime fascista del Caudillo. In questo senso, come già si è ricordato, di fondamentale importanza è stato il dipinto di Pablo Picasso che, nella tela terminata nel giugno ’37 e per decenni esule nel mondo, immortalò l’orrore di quell’avvenimento. Dal 1981 il quadro Guernica è finalmente tornato in Spagna ed oggi è esposto nel Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Nel 1997, infine, il presidente tedesco Roman Herzog ha indirizzato ai sopravvissuti dell’incursione aerea una lettera di scuse a nome di tutti i cittadini della Germania per l’episodio in particolare e, in generale, per il ruolo avuto dal Terzo Reich nella guerra civile spagnola.

Andrea Fermi

Bibliografia:

Antony Beevor, La guerra civile spagnola, Milano, Rizzoli 2006.

Bartolomé Bennassar, La guerra di Spagna. Una tragedia nazionale, Einaudi, Torino, 2006

  1. VV., 1931-1937. Rivoluzione e controrivoluzione in Spagna, Ed. Falce Martello, Milano, 1995
  2. Nenni, Spagna, Sugar, Milano, 1976.
  3. Orwell, Omaggio alla Catalogna, Mondadori, Milano, 1993.

Lev Trotzsky, Scritti 1936-39 “Parte seconda: la rivoluzione spagnola”, Ed. Einaudi, Torino, 1962

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