L’ultimo dei templari: Jacques de Molay

Due settimane fa, introducendo l’argomento dell’articolo relativo all’anniversario dell’incendio del Reichstag, abbiamo proposto una breve riflessione su quanto la dietrologia ed il complottismo siano categorie di pensiero sovente adottate dalla pubblica opinione odierna, complici anche significativi episodi in tal senso particolarmente segnanti. Tale considerazione, invero, potrebbe essere assunta in un senso più lato ed essere vista come espressione specifica di una più ampia attrazione per quanto, nel presente come nel passato, presenti dei lati oscuri, per quei fatti in merito al quale non tutto sembra detto, in una parola per quello che genericamente potremmo chiamare mistero. Certamente la contemporaneità con il suo portato di progresso scientifico e arricchimento della “canoscenza”, per dirla con Dante, ha sempre più evidentemente legato la perdurante curiosità dell’uomo ad una dimensione razionale: ad essa, complice anche l’imperante materialismo e la laicizzazione della società, è stata affidato lo studio di uno scibile quantomai considerato indagabile sulla base dell’unità di misura della mente umana. Non si può negare, tuttavia, che la dimensione in termini generali definibile come “spirituale” e che, in un certo senso, si pone per definizione oltre le nostre possibilità di comprensione, continui a suscitare un interesse particolare evidenziando, ancor oggi, l’immanenza dell’atavica necessità dell’essere umano di rispondere alle grandi domande relative alla propria esistenza. Ovviamente non può essere questo il contesto per proporre un’analisi socio-antropologica su come nel mondo occidentale del XXI secolo si affrontino certe tematiche; tale considerazione, piuttosto, servirà a sottolineare come esse continuino a stimolare la fantasia dei più, spesso attraverso la fascinazione per vicende, persone o fatti presentati come latori di segreti mistici.

La ricorrenza della settimana ci porta, dunque, proprio all’interno di questa realtà introducendoci ad una delle realtà storiche che più sono divenute iconiche di certo misterismo: l’Ordine dei Pauperes commilitones Christi templique Salomonis meglio noti come Cavalieri Templari. Invero l’anniversario in questione allude all’atto conclusivo della loro esperienza attraverso le sorti di un personaggio in particolare: l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay, arso sul rogo a Parigi presso il Pont Neuf il 18 marzo 1314. Ma chi era costui? Le informazioni relative alla biografia dell’uomo vissuto a cavallo del XIII e XIV secolo non sono molte: sappiamo che nacque fra il 1240 ed il 1250 nella famiglia del nobile burgundo Jean de Longwy e della figlia del Sire di Rahon presso una località che, data l’esistenza di molteplici cittadine recanti il nome di Molay, la tradizione ha riconosciuto in modo sostanzialmente arbitrario in Molay presso Besançon. Al pari del luogo dei suoi natali ci è ignota anche la sua infanzia e la sola notizia certa in nostro possesso è che nel 1265 fu accolto nell’ordine dei Templari con una cerimonia di noviziato celebrata da Humbert de Peraudo e Amaury de la Roche. A partire dal 1270, dunque, Jaques si stabilì in Outremer, termine con cui all’epoca era definita la Terra santa, avviando una importante carriera che nel 1285 lo avrebbe portato ad essere nominato Conte di San Giovanni d’Acri, uno dei più importanti capisaldi dello Stato crociato di Gerusalemme.

Le informazioni relative ad un suo trasferimento a Cipro a partire dal 1290, tuttavia, sembrerebbe rendere improbabile la sua partecipazione alla difesa della città durante il sanguinoso assedio condotto l’anno successivo dai Mamelucchi del sultano al-Malik al-Ashraf Ṣalāḥ al-Dīn Khalīl ibn Qalāwūn, assedio che, con la caduta della roccaforte, decretò la fine del Regno di Gerusalemme. L’assenza dalla “sua” città proprio in quei mesi cruciali, ad ogni modo, non fermarono l’ascesa di de Molay nell’Ordine ed, anzi, la sua figura divenne ancor più centrale quando, in occasione di un concilio svoltosi in quello stesso 1291, manifestò una certa insoddisfazione relativa alla situazione interna candidandosi a sostituire il Gran Maestro in carica, Thibaud Gaudin,  e  promettendo importanti cambiamenti: la morte improvvisa di Gaudin e l’assenza di significativi concorrenti alla carica, di fatto, spianarono la strada per Jacques il quale, in effetti, l’anno successivo assunse la guida dell’Ordine.

L’attività di de Molay in qualità di nuovo Gran Maestro si indirizzò immediatamente su un duplice binario: contrastare il potere mamelucco e dare seguito a quella volontà di innovazione dell’Ordine proclamata nel concilio del 1291. Ciò si tradusse, da un lato, nell’effettiva organizzazione di due riunioni generali a Montpellier nel 1293 e ad Arles nel 1296 durante le quali tentò di avviare un percorso di riforme, dall’altro nell’attiva ricerca di appoggi militari e politici finalizzati a rinnovare lo scontro con gli occupanti di Gerusalemme. Non a caso, proprio a partire dal 1293 egli fu impegnato in un lungo tour nell’Europa occidentale durante il quale se ottenne il sostegno di diversi regnanti e la disponibilità a fornire aiuti per ristabilire le forze templari a Cipro non raccolse, tuttavia, alcun operativo impegno per una nuova crociata. Ciò lo indusse a guardare oltre i confini del Vecchio Continente per valutare nuove possibili alleanze con gli armeni del regno di Cilicia e, soprattutto, con i mongoli di Ilkhanate i quali proprio sul finire del 1299 avevano avviato l’ennesimo tentativo di conquista della Siria ottenendo degli iniziali successi.

Mentre, dunque, i mamelucchi erano attaccati da oriente, de Molay si adoperò alacremente per armare 16 navi con le quali muovere una serie di attacchi alle località costiere d’Egitto e Siria: salpata dal porto di Famagosta il 20 luglio 1300 sotto la guida del re di Cipro Enrico II di Gerusalemme, la piccola flotta razziò le città di Rosetta, Alessandria, Acri, Maraclea e Tortosa prima di far ritorno all’isola crociata. I successi ottenuti indussero i ciprioti ad avviare sul finire dell’anno le manovre per una conquista più duratura della stessa Tortosa ordinando, come primo passo, il distaccamento di un contingente militare sull’isola di Ruad: da qui sarebbero dovuti partire i raid contro la terraferma nell’attesa dell’arrivo dei mongoli. La mancata avanzata di questi ultimi e l’invertirsi delle sorti della guerra siriana, tuttavia, rovinò i piani di de Molay ed ebbe come ultima conseguenza la perdita anche del punto di appoggio di Ruan a seguito di un assedio cinto dai mamelucchi e terminato con la caduta del forte il 26 settembre 1302. Tutto ciò spinse il Gran Maestro templare ad abbandonare la tattica dei piccoli avanzamenti territoriali e a riconsiderare l’opzione di organizzare una grande crociata.

Un’importante apertura in tal senso sembrò venire dall’elezione al soglio pontificio di Clemente V il quale, fra i primi atti del suo papato, invitò i leader degli Ordini militari a pronunciarsi in merito all’opportunità di una nuova spedizione in Terra Santa e alla possibilità di una fusione degli Ordini stessi nella prospettiva di creare un unico organismo sottoposto al comando di un re europeo cui sarebbe stata riconosciuta la sovranità su Gerusalemme una volta riconquistata. Quest’ultima ipotesi, in verità, rispondeva alle forti pressioni provenienti dalla corte francese di Filippo IV detto “il bello”: dopo anni di duri attriti con Roma che lo avevano visto già oggetto di un tentativo di scomunica da parte di Bonifacio VIII a causa della sua volontà di tassare il clero ed affermare la sua autorità come superiore a quella del Papa nonché, forse, implicato nell’omicidio del successore petrino di questi, Benedetto XI, il re transalpino aveva trovato nel connazionale Clemente un interlocutore meno risoluto dei suoi predecessori. In breve, infatti, non solo riuscì ad imporgli il trasferimento del papato a Poitiers ma anche a convincerlo della bontà di una possibile unione fra i vari ordini militari nella speranza di assumerne direttamente il controllo e annullare così il forte indebitamento contratto soprattutto con i Templari.

Mentre a Cipro scoppiava una guerra fra Enrico II ed il fratello Amalrico il quale, anche con l’appoggio dei Pauper commilitones, conquistò il potere nel 1306, de Molay si impegnava, dunque,   a redigere un memorandum in cui caldeggiava l’allestimento di una nuova crociata a patto, tuttavia, che questa assumesse i caratteri di un vasto intervento militare in grado di riportare gran parte dell’Outeremer sotto il controllo delle forze cristiane e, soprattutto si dichiarava contrario ad ogni possibile fusione date le diverse finalità dei vari Ordini e la maggiore efficienza garantita proprio dalla loro compartimentazione. Per discutere queste sue posizioni il 6 giugno successivo il Gran Maestro templare fu invitato da Clemente V a Poitiers assieme al Gran Maestro dell’Ordine degli Ospitalieri, Fulk de Villaret, il cui ritardo dovuto al coinvolgimento in una battaglia a Rodi indusse il Papa e de Molay, giunto in Francia nel tardo 1306 o nei primi mesi del 1307, ad incontrarsi per discutere di altre questioni fra cui la diffusione di dicerie relative a pratiche improprie durante la cerimonia di iniziazione da parte di alcuni fuoriusciti templari.

Fermamente convinto delle proprie ragioni e deciso a ripulire velocemente il nome dell’Ordine, de Molay chiese ed ottenne da Clemente V l’apertura di un’inchiesta ufficiale la quale,  istituita il 24 agosto, fu inizialmente basata su cinque capi d’accusa: la rinuncia al crocifisso tramite l’atto di sputare sullo stesso da parte dell’iniziando; la nudità di quest’ultimo e i tre baci datigli dal suo precettore sull’ombelico, sul fondoschiena e sulla bocca durante l’iniziazione stessa; la comunicazione della liceità e della comune accettazione della lussuria; l’utilizzo di una corda indossata dal neofita giorno e notte e consacrata tramite il suo avvolgimento attorno ad un idolo a forma di testa d’uomo con lunga barba adorato costantemente; l’utilizzo di ostie non consacrate. La decisione del Gran Maestro, tuttavia, si rivelò presto funesta. Venuto a conoscenza dell’opposizione di questi ai suoi progetti di unificazione degli ordini, infatti, Filippo IV decise di sfruttare l’eco del processo per avviare un’ondata di arresti in tutta la Francia: se i Templari non volevano concedergli i loro averi ed annullare i suoi obblighi finanziari nei loro confronti egli avrebbe ottenuto il medesimo risultato con la violenza e le confische.

All’alba del 13 ottobre 1307, dunque, l’ex conte di San Giovanni d’Acri ed altri 60 dei suoi vennero catturati e ridotti in ceppi con l’accusa di eresia e numerose altre incriminazioni inventate. Sottoposto a tortura de Molay ammise nell’interrogatorio svolto all’Università di Parigi il 24 o il 25 ottobre che il rituale d’iniziazione all’Ordine prevedeva il rinnegamento di Cristo tramite il calpestamento della croce e fu obbligato a redigere una lettera indirizzata a tutti i suoi confratelli con l’invito ad ammettere di aver commesso i medesimi atti. Sotto la pressione di Filippo il bello, dunque, Clemente V ordinò l’arresto dei Templari in tutta la cristianità. Ciò non gli impedì, tuttavia, di inviare due Cardinali a Parigi nel dicembre 1307 onde ascoltare direttamente le parole di de Molay il quale, in un colloquio privato, ritrattò le sue ammissioni. Ciò aprì un duro scontro fra il Papa ed il Re di Francia che nell’agosto 1308 convennero di scindere il giudizio degli accusati: come stabilito dalla bolla papale Faciens misericordiam una commissione li avrebbe valutati a livello individuale mentre un’altra avrebbe considerato la posizione dell’Ordine nel suo insieme.

Mentre, dunque, nel 1310 veniva aperto un Concilio ecumenico a Vienna per stabilire il futuro dei  Pauperes commilitones Christi templique Salomonis, de Molay fu imprigionato nel castello di Chinon ove in un nuovo interrogatorio condotto da alcuni cardinali ma in presenza di agenti reali tornò a confermare le ammissioni estortegli nel 1307. Nel novembre 1309, durante l’ennesima audizione condotta, questa volta, dall’apposita Commissione papale per il Regno di Francia, egli ritrattò nuovamente il tutto dichiarando di non essere nemmeno al corrente dei capi d’accusa contestati all’Ordine. Ogni speranza per i Templari, tuttavia, fu spezzata fra il 10 ed il 12 maggio del 1310 quando Filippo, richiamandosi alle confessioni rilasciate sotto tortura, condannò 54 di loro al rogo. La decisione della Commissione Papale, invece, fu procrastinata fino al 18 marzo 1314 quando Jacques de Molay, Gran Maestro Templare,  Geoffroi de Charney, Signore di Normandia, Hugues de Pairaud, Marchese di Francia, e Godefroi de Gonneville, Signore di Aquitania, furono condotti fuori dalla prigione ove per sette anni erano stati reclusi onde ricevere la sentenza: i cardinali, di comune accordo con l’Arcivescovo di Sens, condannarono al carcere a vita gli imputati sulla base di quanto riportato durante gli interrogatori. Nell’occasione, tuttavia, de Molay e de Charney si alzarono dai loro scranni e, prendendo la parola di fronte all’intera assemblea, affermarono di essere colpevoli solo di aver tradito l’Ordine per aver salve le loro vite: esso era puro e sacro mentre le confessioni fittizie e false. Di fronte a questa inaspettata contingenza i cardinali si  ritirarono per deliberare, di fatto, sospendendo nuovamente il loro giudizio; nel volgere di poche ore, tuttavia, sarebbero stati sollevati da ogni incombenza.

L’accaduto, infatti, mandò su tutte le furie Filippo IV il quale, asserendo che per degli eretici recidivi non fosse necessario attendere alcun pronunciamento della Commissione papale, diede ordine che essi fossero arsi sul rogo in quello stesso 18 marzo 1314: al tramonto una pira fu eretta su una piccola isola nella Senna presso il Pont Neuf, la Île aux Juifs anche nota come Île des Templiers, ove i quattro bruciarono lentamente rifiutando ogni offerta di perdono in cambio di una ritrattazione e mantenendo un contegno che valse loro la reputazione di martiri fra il popolo. Secondo la leggenda, prima di spirare, de Molay invitò tanto il Re transalpino quanto il Papa a comparire di fronte al tribunale di Dio e condannò la corona di Francia fino alla tredicesima generazione: la morte di entrambi entro l’anno e la decapitazione di Luigi XVI durante la Rivoluzione francese sarebbero da considerare per i più suggestionabili come indizi fondamentali della natura profetica delle parole attribuite al morituro, tanto più se si crede, come asserirono alcuni studiosi dell’epoca facili alla metastoria, che il boia di Luigi, Charles-Henri Sanson, gli sussurrò prima di decapitarlo di essere un Templare e di compiere quell’esecuzione per portare a compimento la vendetta di de Molay.

Quel che è certo è che, secondo alcune carte rinvenute recentemente negli Archivi vaticani dalla storica Barbara Frale, Clemente V aveva tutta l’intenzione di perdonare i Templari assolvendo il loro Gran Maestro e avviando l’ordine ad una profonda riforma. Per la più che terrena avidità di Filippo IV “il bello”, dunque, Jacques de Molay trovò la morte, una morte, tuttavia, che lo consegnò all’eternità.

 

Bibliografia:

Barbara Frale. Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Viella, 2003

Alain Demurger, Tramonto e fine dei cavalieri Templari. L’avventurosa storia di Jacques de Molay, l’ultimo Templare, Newton Compton, Roma 2007.

Nicholson Helen, I cavalieri templari, Editrice goriziana, Gorizia 2011.

Barber Malcolm, La storia dei Templari, Piemme, Roma 2005.

 

Andrea Fermi

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