Italia maglia nera per incidenza infezioni da germi resistenti agli antibiotici

Sabato 18 novembre si celebra la Giornata Europea degli antibiotici. Una ricorrenza più che mai necessaria, soprattutto per il nostro Paese: l’Italia è maglia nera in Europa per incidenza delle principali infezioni da germi resistenti agli antibiotici. A preoccupare sono soprattutto la Klebsiella Pneumoniae Carbapenemasi-produttrice (KPC), resistente a tutti gli antibiotici nel 50% dei casi, e la Pseudomonas aeruginosa. Ormai resistenti anche il 15% delle infezioni urinarie extraospedale. E’ quanto emerge dall’International Meeting on Antimicrobial Chemotherapy in Clinical Practice organizzato oggi dalla SITA, la Società Italiana di Terapia Antinfettiva.

I NUMERI DELL’EMERGENZA
Negli ospedali dell’UE, fino al 50% degli antibiotici vengono usati in modo eccessivo o inappropriato. In Europa, il consumo di antibiotici specifici per il trattamento delle infezioni multiresistenti è raddoppiato nel periodo compreso tra il 2010 e il 2014.

L’Italia è uno dei Paesi dove si registra il maggior consumo di antibiotici (27,8 dosi ogni 1.000 abitanti al giorno). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), agli attuali tassi di incremento delle antibiotico-resistenze da qui al 2050, i “superbug” saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi annui diventando la prima causa di morte per il mondo.

Già oggi in Europa, si verificano annualmente 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti che causano 25.000 decessi. Globalmente, sono circa 700.000 i decessi dovuti alle infezioni resistenti. In Italia le infezioni correlate all’assistenza o intra-ospedaliere colpiscono ogni anno circa 284.000 pazienti (dal 7% al 10% dei pazienti ricoverati) causando circa 4.500-7.000 decessi.

IL PARERE DELL’ESPERTO
«Le persone veramente a rischio –spiega Claudio Viscoli, Presidente SITA e Direttore Clinica Malattie Infettive Università degli Studi di Genova IRCCS San Martino- sono quelle con malattie gravemente defedanti, che riducono fortemente le difese contro le infezioni, specialmente se ricoverati in Ospedale o Residenze Sanitarie Assistite. Finché siamo in grado di difenderci, questi microrganismi resistenti, o parzialmente resistenti, non procurano danni, anche se entrano a far parte della nostra flora batterica endogena intestinale (cosa che comunque non vorremmo). Ma se veniamo ricoverati, se abbiamo bisogno di cure che riducono le difese immunitarie, di importanti interventi di chirurgia o di trapianti, allora i batteri resistenti diventano un rischio tale da mettere in dubbio, in un futuro non lontano, la stessa possibilità di continuare a eseguire queste procedure così invasive, così moderne ma anche così pericolose sotto certi aspetti».

LE SITUAZIONI PIU’ RISCHIOSE
Due in particolare le situazioni di rischio: la prima è rappresentata dalle Unità di Terapia intensiva, contesto sanitario ad alta concentrazione di uso di antibiotici e nel quale i pazienti sono più suscettibili di infezioni resistenti.

L’altro scenario di crisi è invece rappresentato dalle strutture per lungodegenti o case di riposo, dove si crea l’habitat perfetto per la resistenza microbica a causa dell’affollamento, dell’uso massiccio di antibiotici e della scarsa infection control. Alcuni dati mostrano che nelle RSA i pazienti siano portatori di germi resistenti in oltre il 50% dei casi.

Ma anche al di fuori delle strutture sanitarie, ospedaliere ed extra-ospedaliere, la situazione inizia a farsi preoccupante. In Italia vi è una prevalenza tra il 10-15% di Enterobatteri tipo ESBL che causano infezioni urinarie. Una donna su dieci con una cistite, una delle infezioni più frequenti in assoluto, la potrebbe potenzialmente acquisire da un germe resistente sul quale i comuni antibiotici non funzionano più.

«L’uso degli antibiotici quando non necessari è collegato all’aumento di resistenze. L’informazione è cruciale. Il messaggio che dobbiamo far arrivare alla popolazione è che gli antibiotici sono un’arma miracolosa, che abbiamo solo dalla metà del secolo scorso e che non dobbiamo assolutamente perdere. Non dobbiamo abusare di un rimedio altrimenti il rimedio stesso rischia di non funzionare più. Questo messaggio deve giungere non solo alla popolazione ma anche alla classe medica, perché sono i medici che prescrivono gli antibiotici, e se ne prescrivono troppi senza necessità le cose si mettono male. La SITA è infatti in prima linea per promuovere l’informazione sulle antibiotico-resistenze: nel 2016-17 ci siamo concentrati soprattutto sui cittadini con la campagna di sensibilizzazione Antibiotici – La nostra difesa numero 1, una campagna social focalizzata sul buon uso degli antibiotici e sulla consapevolezza che questi farmaci potrebbero perdere efficacia con gravissime conseguenze per la salute umana», spiega l’esperto.

LA RICERCA DI NUOVI ANTIBIOTICI
Ma se l’informazione è fondamentale lo è altrettanto l’investimento in ricerca di nuovi antibiotici. A differenza di qualche anno fa la situazione sta nettamente migliorando. «Le nuove opzioni terapeutiche –spiega Matteo Bassetti dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine- sono sicuramente interessanti e, in particolare, abbiamo due nuovi antibiotici per le infezioni da Gram-negativi: uno è il ceftolozane/tazobactam, che è una nuova cefalosporina con una importante attività nei confronti di Pseudomonas e anche di Enterobatteri produttori di ESBL, e l’altro è il ceftazidime/avibactam, che però al momento non è ancora in commercio in Italia e che ci auguriamo sia presto disponibile».

LE RESTRIZIONI
Non manca però qualche nota polemica: «Purtroppo, anche se abbiamo nuovi antibiotici molto validi, ci confrontiamo con i problemi regolatori: queste molecole di cui abbiamo un gran bisogno per alcuni tipi di infezioni, ad esempio nelle polmoniti o nelle infezioni del torrente ematico, spesso nel nostro Paese vengono approvate con indicazioni restrittive comunque diverse da quelle che sarebbero necessarie» conclude Bassetti.

fonte: LASTAMPA.it

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