Il rione San Saba, l’antica Remuria e la chimera di una città diversa

Uno scorcio della chiesa medievale di San Saba, che dà il nome al rione (photo credits: romaeternaofficial.com)

Dirò probabilmente una cosa ovvia nel far presente che parte del fascino di Roma risiede nella vasta eterogeneità dei suoi rioni e quartieri (quelli che abbiano almeno mezzo secolo di storia). Chi decide di lasciarsi alle spalle i percorsi di tutti i giorni per svoltare in una strada che ha sempre incuriosito per essere pittoresca (e accettare implicitamente la sfida di perdersi), raramente rimane deluso. Anzi, gli occhi colgono particolari inaspettati, lo sguardo spazia dal basso verso l’alto e, se si è su un’altura (cosa non così infrequente) può abbracciare interi quartieri.

Questa volta ci troviamo a San Saba, zona probabilmente non troppo conosciuta perché vicina ad attrazioni che hanno una memoria storica più “pesante” e nomi maggiormente identificativi: l’Aventino, con le sue chiese medievali, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla immerse nel parco archeologico. La zona beneficia della tranquillità e dei vincoli paesaggistici che hanno evitato l’estrema saturazione di edifici abitativi che possiamo notare spostandosi solo un po’ oltre le Mura Aureliane che la contengono nella parte sud. E questa pace risulta amplificata dalla scelta lungimirante di costruire edifici che spesso vengono indicati come i più begli esempi di edilizia popolare che siano stati realizzati a Roma. C’è da crederci: basta raggiungere Piazza Gian Lorenzo Bernini, dove è ambientata la scena del nasone in Caos Calmo (2008) di Antonello Grimaldi per rendersi conto che il progetto di Quadrio Pirani (un architetto che è tutto da riscoprire) che ormai ha superato i cento anni dalla sua realizzazione ha una gradevolezza euritmica nella disposizione dei mattoncini che creano decorazioni a costi contenuti, così come richiesto dal committente, quell’Istituto delle Case Popolari che in quegli anni aveva il compito di far realizzare numerose abitazioni per far fronte all’aumento vertiginoso della popolazione che si riversava nella città per trovare lavoro.

Un esempio di villino a due piani progettato da Quadrio Pirani (1878-1970), con le caratteristiche decorazioni a losanghe (photo credits: Roma Slow Tour)

Un esempio di villino a due piani progettato da Quadrio Pirani (1878-1970), con le caratteristiche decorazioni a losanghe (photo credits: Roma Slow Tour)

Quello della progettazione di edifici prossimi alla basilica di San Saba era il suo primo lavoro importante, un banco di prova i cui esiti fecero letteralmente scuola per quel raggiunto mix di solidità, funzionalità e decoro, per di più pensato per dare dignità alla classe operaia che abitava quei lotti.

Anche quando dovette abbandonare questo modello abitativo in favore di soluzioni in cui bisognava incrementare la densità edilizia seppe conservare un corretto equilibrio tra i fabbricati che si sviluppavano fino a quattro piani e cortili di adeguata grandezza.

Passeggiando tra i lotti scendendo la scalinata di Via Francesco Borromini (photo credits: Roma Slow Tour)

Passeggiando tra i lotti scendendo la scalinata di Via Francesco Borromini (photo credits: Roma Slow Tour)

Dalla piazza, si dipartono delle vie che prevedono tratti con scalinate che si snodano tra le palazzine e arrivano fino alle imponenti Mura Aureliane. Percorrendo Via Andrea Palladio si può riconoscere l’ambientazione per l’episodio “Angelo” del film di Roberto Benigni “Tu mi turbi” (1983), di cui ho rintracciato lo spezzone:

Per rimanere in tema cinematografico, il sagrato della chiesa paleocristiana di Santa Balbina (più vicina alle Terme di Caracalla e che gode di un’atmosfera bucolica così insolita nel centro città) ospita la scena finale della pellicola “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960), dove i figli dei personaggi interpretati da Totò e Aldo Fabrizi finalmente riescono a convolare a nozze nonostante le proteste dei padri che goffamente arrivano alla fine della cerimonia per impedire il matrimonio:

Successivo di circa due secoli e costruito sopra i resti dell’antica caserma della IV coorte dei vigili finalmente arriviamo al complesso di San Saba.  Qui si stanziarono dei monaci orientali provenienti da Gerusalemme che seguivano gli insegnamenti del santo eremita e che divennero presto un riferimento per i cristiani della zona. Il suo monastero era considerato il più importante della Roma medievale, e una volta esaurita la comunità sabaitica, fu affidato alle cure dei benedettini, per essere gestito dai cluniacensi, dai cistercensi e infine, attualmente, dai gesuiti.

Una volta attraversato il protiro duecentesco, ci si trova in un piacevole spazio verde su cui affaccia il portico, ricco di reperti archeologici e medievali con il loggiato superiore che copre l’originale facciata. La chiesa all’interno si presenta abbastanza sobria,  divisa in tre navate, di cui la più rilevante è quella di sinistra, che conserva un ciclo pittorico duecentesco di grande importanza, ma arrivato a noi in maniera frammentaria. Questo comunque non ci impedisce di riconoscere l’alta qualità della pittura, soprattutto se si osservano le finte architetture, mentre le figure appaiono più “formali”. Qui è possibile anche ammirare con quali fattezze veniva immaginato il santo eponimo, posto con espressione deferente accanto alla Vergine in trono con il Bambino.

 Scena con Vergine in trono con il Bambino tra i Santi Saba e Andrea eseguiti dal pittore che viene chiamato Maestro di San Saba (fine XIII secolo-inizi XIV secolo, photo credits: Roma Slow Tour)


Scena con Vergine in trono con il Bambino tra i Santi Saba e Andrea eseguiti dal pittore che viene chiamato Maestro di San Saba (fine XIII secolo-inizi XIV secolo, photo credits: Roma Slow Tour)

Non uscite dalla chiesa senza aver anche ammirato il pavimento cosmatesco, realizzato con grandi dischi di porfido e una lavorazione che ricorda un’ordinata distesa di tappeti marmorei che accompagna lo sguardo fino all’abside.

Lasciata alle spalle l’ingresso alla chiesa, ci aspetta un’ultima, significativa tappa: Piazza Remuria, che riferisce nel suo nome tutte le aspettative che potevano essere ipotizzate se, al posto di Romolo, fosse divenuto re suo fratello Remo, che in questo posto si pensa volesse fondare una città che portava il suo nome e dove viene rintracciata la sua tomba. Avremmo assistito alla nascita e allo sviluppo di un altro tipo d’impero? Le ipotesi sono svariate e imponderabili, e probabilmente, considerato il reale corso della storia, anche trascurabili.

Poco più in là, sulla via Aventina, troviamo la targa dedicata ad uno dei più importanti registi italiani, Vittorio De Sica, che ebbe qui la sua ultima casa.

Targa commemorativa di Vittorio De Sica (photo credits: appasseggio.it)

Targa commemorativa di Vittorio De Sica (photo credits: appasseggio.it)

Il prossimo tour a passeggio per San Saba si terrà il prossimo 17 dicembre e ne consiglio la partecipazione per scoprire questo delizioso angolo di pace.

https://www.facebook.com/events/1247458351963679/

 

Pamela D’Andrea

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