Quando il terremoto ferisce il patrimonio artistico e l’identità civica

Il drammatico stato interno della chiesa di San Francesco ad Amatrice (photo credits: lapresse.it)

Aveva tristemente ragione il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi quando, raggiunto telefonicamente la notte dello scorso 24 agosto, ha comunicato ai media nazionali che, a seguito del violento terremoto di magnitudo 6.2 che si era abbattuto nel punto in cui si incontrano i Monti della Laga e i Monti Sibillini, il suo amato borgo non c’era più. Insieme al territorio di Amatrice sono state travolte dalla forza del sisma i comuni di Accumoli e di Arquata del Tronto, comprendenti nella loro amministrazione una lunga lista di piccole frazioni che impunturano un territorio prevalentemente montuoso che ci appare meravigliosamente incontaminato.

Le immagini che poche ore dopo hanno riempito e continuano incessantemente a popolare i nostri canali di informazione ci restituiscono una realtà apocalittica, purtroppo comune a tutte quelle aree che sono state interessate da gravi cataclismi, e a queste immagini non faremo mai l’abitudine, perché portano dentro sé storie quotidiane vicine alle nostre che hanno subito una brusca battuta di arresto. I più fortunati potranno, seppur faticosamente, ripartire da qui, ma l’impresa appare titanica, guardando alla desolazione e all’assordante silenzio che investe quell’area.

Ora che il conto delle vittime si va stabilizzando così come sembra assestarsi lo sciame sismico, si inizia a pensare concretamente da quale parte cominciare per ricostruire. Perché appare più chiaro che mai che per risanare la ferita bisogna recuperare il più presto possibile quel senso di identità che connotava la comunità cui si apparteneva.

Presi a considerare soprattutto la perdita delle vite umane ed, eventualmente, la concretezza del restituire la casa perduta, ad alcuni è sembrato fuori luogo che ci sia stato anche un tempestivo interesse riguardo il censimento del patrimonio artistico colpito dal sisma (che, aggiungo, ha interessato un’area molto vasta, al punto da aver registrato danni anche alle mura del Palazzo Ducale di Urbino, come si può evincere dall’elenco ancora in fase di aggiornamento http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2016/8/126558.html).

Una triste immagine della chiesa medievale di Sant'Agostino in Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto 2016 (photo credits: ANSA)

Una triste immagine della chiesa medievale di Sant’Agostino in Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto 2016 (photo credits: ANSA)

Ovviamente, dal mio punto di vista, chi non considera importante anche questo aspetto ha una visione un po’ miope. Innanzi tutto, perché una cosa non esclude l’altra: esiste un corpo specifico, i Carabinieri del Comando Tutela del patrimonio culturale, che, affiancati per la prima volta dai caschi blu della cultura si occupano di compiere i sopralluoghi e monitorare lo stato dei monumenti danneggiati. E non sono da considerare braccia sottratte alla ricerca di ulteriori dispersi. Anche in un momento così drammatico, non bisogna perdere la testa e lasciar operare, senza polemiche sterili che si riaffacciano ogni qual volta ci si presenta una tragedia, coloro che sono stati addestrati per affrontare al meglio questi momenti di calamità, ognuno in base alla propria specializzazione.

Un aiuto nello svolgimento delle loro operazioni è fornito da uno strumento indispensabile, la Carta del Rischio del Patrimonio culturaleun progetto sviluppato dall’allora Istituto Centrale del Restauro negli anni 1992-96 che, facendo tesoro dell’idea di “restauro preventivo” proposta da Cesare Brandi (fondatore dell’Istituto nel 1939 e padre della Teoria del restauro, da oltre cinquant’anni il testo fondamentale per questa disciplina), venne promosso con convinzione da Giovanni Urbani. Il progetto è consistito in una serie di ricerche che intrecciano il censimento dei beni diffusi sul territorio nazionale con l’analisi dei rischi (naturali e antropici) cui possono andare incontro i suddetti beni, per effettuare una corretta tutela a livello territoriale, considerando il loro inscindibile legame. In questo modo si ha la possibilità di prevedere alcune probabili tendenze, decidere in anticipo quali interventi effettuare con urgenza e offrire anche una stima dei costi che si dovranno sostenere. Il tutto per ottimizzare gli interventi di conservazione e purtroppo in questo caso, di ricostruzione dei beni. Ma c’è da notare che questo prezioso strumento, una volta creato, non ha ottenuto un ragionevole investimento di risorse per aggiornarlo e applicarne le direttive. Anche qui si può parlare della miopia della politica italiana, che con risorse inferiori a quelle che ora sarà destinata a stanziare, poteva garantire un diverso corso delle cose.

In secondo luogo, trovo corretto ribadire il legame stringente tra uomo e arte, quale espressione non solo del proprio Io, ma di sentimenti e valori in cui credere. Penso che, meglio di me, lo possa spiegare questo estratto di un articolo di Umberto Galimberti redatto in occasione del crollo di parte degli affreschi e delle volte della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi nel 1997:

“L’uomo non ha nessun valore se non riesce a esprimere nulla che trascenda la sua vita biologica, e l’arte è una forma di questo trascendimento. Ma anche l’arte non ha nessun valore se non riflette l’oltrepassamento dell’uomo, il suo superamento della condizione animale. Piangere più per l’uomo che per l’arte, o viceversa, significa misconoscere all’ uomo la sua essenza e all’ arte il suo significato. E allora i morti saranno sepolti senza essere riconosciuti nella loro qualità umana, e l’arte si sarà fatta polvere senza essere riconosciuta come il segno dell’uomo”.

Umberto Galimberti, Piangere l’uomo oppure l’arte? La Repubblica, 20 settembre 1997, qui l’articolo completo:  http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997

Questa area del centro Italia, se confrontata con i grandi poli turistici o anche con zone a essa vicine, come Norcia o Ascoli Piceno, custodisce opere che possono sembrare di modesta qualità. Ed è in parte vero, le architetture e gli impianti decorativi degli edifici pubblici, sia civili che religiosi, sembrano rispecchiare la sobrietà della gente che popola questi territori. Gente concreta, lavoratrice, lontana dai fasti mondani e incline piuttosto a confrontarsi con la Natura che ospita le loro abitazioni e con cui hanno stretto un rapporto indissolubile, fatto di cose semplici e di contemplazione delle sue bellezze sublimi. L’arte, in queste zone, ha avuto soprattutto un’accezione devozionale, regalando preziose testimonianze che spiccano per la loro antichità, come il crocifisso ligneo policromo del XIII secolo che era custodito nella chiesa della Santissima Annunziata ad Arquata del Tronto, considerato la più antica scultura sacra delle Marche, realizzato da due monaci benedettini che firmarono l’opera alla sua base e trasferito ad Arquata dopo un contenzioso con Ascoli nel 1680. È una preziosa testimonianza della diffusione dello stile bizantino, inusualmente applicato alla decorazione statuaria.

Il crocifisso ligneo del XIII secolo custodito ad Arquata del Tronto (photo credits: Wikipedia)

Il crocifisso ligneo del XIII secolo custodito ad Arquata del Tronto (photo credits: Wikipedia)

Rimanendo ad Arquata, qui era presente una copia autenticata della Sacra Sindone di Torino. La reliquia originale era in possesso della famiglia Savoia, che fece realizzare una copia da donare allo Stato Pontificio, il quale pensò, data l’importanza dell’immagine impressa su quel lino, di custodirla in un luogo remoto e non diffondere la notizia della sua esistenza.

Un'immagine della copia della Sacra Sindone torinese che era conservata nella chiesa di San Francesco nella frazione di Borgo di Arquata (photo credits: Wikipedia)

Un’immagine della copia della Sacra Sindone torinese che era conservata nella chiesa di San Francesco nella frazione di Borgo di Arquata (photo credits: Wikipedia)

Non ho trovato in rete notizie sullo stato attuale del Santuario dell’Icona Passatora di Ferrazza, frazione di Amatrice, un piccolo scrigno di pitture della fine del XV secolo che, oltre ad ospitare un’immagine ritenuta miracolosa, permette di leggere alcuni riferimenti storici. Gli affreschi sono stati eseguiti da più mani, gli artisti più importanti sono riconducibili alla scuola di Carlo Crivelli.

Allievo di Crivelli (forse Pietro Alemanno?),Vergine in trono con bambino che sorregge la città, affresco del 1492, Santuario dell'Icona Passatora

Allievo di Crivelli (forse Pietro Alemanno?),Vergine in trono con bambino che sorregge la città, affresco del 1492, Santuario dell’Icona Passatora (photo credits: Wikipedia)

La situazione, come sappiamo, è ancora in fieri, ma sappiamo a quale esempio guardare per recuperare la vita in questi borghi: non quello che ha caratterizzato l’esperimento “Gibellina”, nel quale le macerie dell’antico paese sono incapsulate nel cemento colato da Alberto Burri, a creare un drammatico esempio di Land Art; non quello dell’Aquila, parzialmente restituita ma completamente svuotata della sua identità storica, costretta a rinascere in una situazione aliena al proprio territorio, quella New Town dall’amaro sapore di propaganda. Piuttosto si seguano le indicazioni applicate per le ricostruzioni umbre ed emiliane o di paesi come Santo Stefano in Sessanio (AQ), rispettose dell’importanza dell’impiego dei materiali locali che da secoli hanno connotato la costruzione degli edifici del posto, unite ai moderni accorgimenti antisismici.

Un ultima indicazione: il MiBACT ha deciso di devolvere gli incassi ricavati dalla visita ai musei statali nella giornata di domani, 28 agosto, ai terremotati. Qui l’elenco dei luoghi interessati. Passate una domenica solidale!

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/

 

Pamela D’Andrea

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