Ondata di suicidi a France Télécom, gli ex vertici verso un maxi processo per mobbing

Stéphanie, detta Fanny, si è cambiata d’abito tre volte prima di lanciarsi dalla finestra del suo ufficio, al quarto piano di una palazzina in rue Médéric a Parigi. Aveva 32 anni e lavorava in France Télécom dall’età di 23. A spiegare il suo gesto un’email inviata un’ora prima al papà: «Quando ti ho chiamato questa mattina mi hai detto che non sembravo in forma. Avevi ragione. Il mio capo non lo sa ma sarò la 23esima impiegata a suicidarsi. Non accetto la nuova riorganizzazione del servizio. Cambio capo e, per avere qual che sto per avere, meglio morire». Era l’11 settembre 2009. Fanny era stata ricollocata due volte e da qualche mese aspettava il terzo trasferimento. Come migliaia di suoi colleghi finiti nel tritacarne della ristrutturazione aziendale del colosso leader della telefonia francese.

TRA IL 2008 E IL 2010 58 SUICIDI  

Nel 2006, per ripianare i 110 miliardi di euro di debiti, la società ha avviato un piano che prevedeva il taglio di 22.000 posti di lavoro in due anni e 10.000 trasferimenti. Dall’imposizione di Next – questo il nome del programma di ristrutturazione – in France Télécom ci sono stati 58 suicidi di dipendenti, 35 solo tra il 2008 e il 2009, nove tra gennaio e febbraio 2010. L’azienda ha riconosciuto come «incidenti sul lavoro» solo tre suicidi. Tutti gli altri sono stati archiviati come «dramma personale». Il regista di questa «operazione di smaltimento» era l’allora presidente della società, Didier Lombard, che in occasione di un incontro alla Mutualité, a Parigi, nel 2006, si era vantato di voler mettere fuori migliaia di persone «dalla porta o dalla finestra». E, non pago della gaffe, tre anni dopo alla tv francese parlò dell’ondata di suicidi come «una moda che va fermata».

NEL MIRINO L’EX PRESIDENTE E ALTRI VERTICI  

Dopo quattro anni di indagini la Procura di Parigi vuole trascinare alla sbarra Lombard, il suo vice Louis-Pierre Wenes, il direttore delle risorse umane, Olivier Barberot e altri quattro ex dirigenti per «molestie morali e mobbing». Secondo la tesi dell’accusa, l’eccessivo stress al lavoro, la sensazione di non riuscire a svolgere i propri compiti e la perdita di fiducia in se stessi che hanno portato al suicidio almeno 30 dipendenti in meno di due anni non sono stati un caso, ma frutto di una politica aziendale deliberata. A causa della crisi, France Télécom aveva infatti bisogno di fare dei tagli al personale, ma voleva evitare di ricorrere ai licenziamenti secchi, più complicati dal punto di vista amministrativo ma soprattutto malvisti dall’opinione pubblica. Per questo, sostiene la Procura, i vertici della società hanno deciso di avviare una strategia di sistematica destabilizzazione dei dipendenti, per farli sentire a disagio sul posto di lavoro e spingerne il più possibile ad accettare una partenza volontaria. Il destino di Lombard e degli altri vertici è ora in mano al giudice istruttore, che se accoglierà la richiesta della Procura darà il via a uno dei più grandi processi per mobbing a una multinazionale. Le condanne possono arrivare fino a 2 anni di reclusione con 30 mila euro di ammenda.

IL SOPRAVVISSUTO: “MI HANNO DISTRUTTO”  

Yonnel Dervin è un sopravvissuto. A 49 anni, di cui trenta passati in azienda, fu declassato da ingegnere per i sistemi aziendali ad addetto guasti per i clienti privati. «Caro Yonnel, alla tua età non ci sono più prospettive di carriera, sei arrivato al massimo delle tue capacità», è stata la cordiale comunicazione della direzione. Era l’8 settembre del 2009. Il giorno dopo, Yonnel si è presentato puntuale alla riunione che avrebbe reso ufficiale la riorganizzazione della sede France Télécom di Troyes, centocinquanta chilometri da Parigi. Nel prendere la parola, Yonnel ha tirato fuori dalla tasca un coltello e se lo è piantato nello stomaco. Ma Yonnel non è riuscito ad uccidersi. La ferita all’addome è stata curata subito e i medici lo hanno dimesso dopo una settimana. «Mi ero preparato, volevo morire in azienda, davanti a tutti e in modo plateale. Nessuno doveva potersi discolpare», ha ricostruito poi nel suo libro «Ils m’ont détruit», «Mi hanno distrutto».

LA NUOVA SEDE “A PROVA DI SUICIDI”  

Un anno dopo la società ha inaugurato la nuova sede a Saint-Denis, alle porte di Parigi. Le terrazze della struttura che occupa 31.000 metri quadri sono inaccessibili e il panorama si può guardare solo attraverso una vetrata inesorabilmente bloccata. Le finestre sono concepite per evitare la tentazione di lanciarsi nel vuoto, mentre le scale interne sono studiate in modo che un’eventuale caduta non abbia conseguenze di particolare gravità. Poi, dal 2013, l’azienda ha cambiato il nome in Orange. France Télécom oggi non esiste più, ma i suoi fantasmi continuano a gridare giustizia.

fonte: LASTAMPA.it

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