L’opera di Tresoldi a Siponto: un dialogo rispettoso tra antico e contemporaneo è possibile?

L’installazione realizzata da Edoardo Tresoldi che intende restituire visivamente le dimensioni della perduta basilica paleocristiana (photo credits: designbloom.com)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Qualche mese fa il parco archeologico di Siponto, antica località preromana inglobata nella cittadina pugliese di Manfredonia, ha goduto di una certa notorietà per la presentazione di un’installazione artistica intitolata “Dove l’arte incontra il tempo” che dichiaratamente vuole far dialogare i resti degli scavi archeologici dell’area medievale con ciò che è rimasto ancora in piedi di quel periodo, la chiesa romanica di Santa Maria Maggiore.

Lo stanziamento di una cospicua cifra (nell’ambito dei beni culturali nostrani i circa tre milioni e mezzo destinati per la conservazione e valorizzazione di questo sito non sono poca cosa) ha permesso che venisse commissionato e realizzato un progetto che ha del visionario: ricreare i volumi della perduta basilica paleocristiana partendo dalla sua pianta, unico indizio sicuro delle dimensioni e delle caratteristiche strutturali che avrebbe dovuto presentare l’edificio. E per farlo, si è pensato di ricorrere alle comprovate capacità scenografiche che caratterizzano l’opera di Edoardo Tresoldi, giovane artista specializzatosi nel creare con la rete elettrosaldata delle sculture che sembrano avere la consistenza delle nuvole (questa intervista permette di conoscere meglio il suo modo di lavorare e quali sono gli spunti da cui parte per elaborare i suoi progetti: https://www.dailybest.it/installazioni/edoardo-tresoldi-artista-intervista/).

Dalla scultura all’architettura il salto è grande e sicuramente ha implicato delle sfide notevoli, che però Tresoldi sembra esser riuscito a superare brillantemente.

Il fascino dell’installazione accresciuto con l’illuminazione notturna (photo credits: Giacomo Pepe)

Il fascino dell’installazione accresciuto con l’illuminazione notturna (photo credits: Giacomo Pepe)

Il risultato colpisce in modo positivo il visitatore: la basilica paleocristiana, andata distrutta definitivamente attorno alla metà del XIII secolo per una successione di violenti fenomeni tellurici, sembra prendere di nuovo vita grazie alla monumentale struttura, che ricostruisce in gran parte l’edificio perduto. Una struttura che però è assimilabile ad un ologramma, che riporta alla memoria ciò che è andato perduto senza sostituirlo, ma facendone percepire la presenza in maniera più tangibile di quello che era possibile fare solo con i resti pervenutici.

Probabilmente il successo di questa operazione si basa soprattutto su un incontrovertibile dato di fatto: ormai da diversi decenni, la possibilità offerta dalle tecnologie di poter ricostruire virtualmente l’aspetto di edifici depauperati dei loro originali apparati decorativi o completamente perduti ha creato una folta schiera di estimatori, perché risulta più immediato e coinvolgente l’apprendimento su quello che è stato ricostruito (si presuppone!) filologicamente. Basti guardare all’aumentata offerta di operazioni quali gli spettacoli condotti nei Fori Imperiali di Roma, durante i quali la proiezione di immagini ricostruttive degli spazi in sede ha una grande presa emotiva sugli spettatori.

Particolare della resa dei capitelli nella zona presbiteriale (photo credits: designbloom.com)

Particolare della resa dei capitelli nella zona presbiteriale (photo credits: designbloom.com)

E così la Soprintendenza Archeologica della Puglia, destinataria dei fondi per tutelare il sito sipontino, ha giustamente pensato che questo tipo di operazione (nella quale ha destinato 900mila euro) avrebbe giovato all’incremento di visitatori nel parco archeologico. Questo video, con le interviste alle varie personalità coinvolte nel progetto, ne chiarisce la nascita e la destinazione:

Tutti soddisfatti? A quanto pare no. Non sono mancate critiche (sotto alcuni punti di vista condivisibili) sull’impiego di questi preziosi fondi. Da notare che le valutazioni più critiche vengono da parte di archeologi che conoscono molto bene il luogo, lo hanno preso a cuore e che avrebbero visto quei soldi investiti meglio in ulteriori campagne di scavo che, tra l’altro, in futuro potrebbero essere ostacolate dalla prossimità al sito delle strutture di accoglienza di visitatori che sono state create per l’occasione, come ad esempio il parcheggio. In più si contesta che lo stanziamento dei soldi sarebbe dovuto servire primariamente per trovare una soluzione per conservare i preziosi pavimenti mosaicali della basilica, che invece, con l’erezione della sola installazione (per di più realizzata con rete metallica, quindi con una capacità protettiva nulla), è stata completamente disattesa. E in ultimo, c’è chi fa presente che la ricostruzione condotta (anche se l’artista si è continuamente confrontato con archeologi e storici dell’arte che lo hanno indirizzato verso il probabile aspetto dell’edificio attorno al XII secolo) non ha indicazioni certe e comprovate su come dovesse apparire l’originale basilica paleocristiana, quindi il visitatore, che in teoria dovrebbe essere aiutato a ricostruire la storia e l’aspetto dell’edificio, si troverebbe invece ad ammirare un falso.

L’auspicato dialogo tra antico e contemporaneo, la ristabilita connessione tra l’antica basilica e la chiesa medievale di Santa Maria Maggiore, un tempo suo battistero (photo credits: designbloom.com)

L’auspicato dialogo tra antico e contemporaneo, la ristabilita connessione tra l’antica basilica e la chiesa medievale di Santa Maria Maggiore, un tempo suo battistero (photo credits: designbloom.com)

Arrivati a questo punto della discussione vorrei inserire la mia modesta opinione sulla faccenda, premettendo che la mia valutazione non avviene a seguito di una visita diretta, ma basandomi su quello che è stato comunicato dai vari articoli dedicati all’evento.

Personalmente sono assolutamente favorevole riguardo l’impiego di sistemi che possano restituire in maniera più chiara l’immagine di qualcosa che è andato irrimediabilmente perduto. L’impiego consapevole di un materiale atipico che non va a sostituire quello originale ma che, inoltre, dà l’impressione di trovarsi di fronte ad un “fantasma” del passato, un’apparizione, rafforza l’idea che ci troviamo di fronte ad un intervento molto meditato e non un prodotto realizzato solo per suscitare stupore.

Ho solo un paio di perplessità riguardo il possibile futuro del sito: la prima, che probabilmente mi trova vicina alle preoccupazioni sullo stato conservativo di ciò che era già presente, riguarda i successivi passi da compiere per mettere in sicurezza e preservare al meglio i reperti, impiegando il restante fondo per operazioni che permettano di proseguire questo dialogo tra antico e contemporaneo, ma che offrano anche la possibilità di continuare la ricerca, gli scavi e lo studio di questa area ricca di memorie antiche.

Particolare dell’abside e del basamento su cui poggia la struttura. L’opera di Tresoldi consta dell’impiego di 4500 mq di rete elettrosaldata zincata dal peso di circa sette tonnellate e che arriva fino a 14 metri di altezza (photo credits: designbloom.com)

Particolare dell’abside e del basamento su cui poggia la struttura. L’opera di Tresoldi consta dell’impiego di 4500 mq di rete elettrosaldata zincata dal peso di circa sette tonnellate e che arriva fino a 14 metri di altezza (photo credits: designbloom.com)

E da quello che ho potuto dedurre sembra che, contrariamente alle intenzioni di partenza, resti in secondo piano lo stretto legame che intercorre tra i resti dell’antica basilica, ora virtualmente “risorta”, con la chiesa attigua, Santa Maria Maggiore. Mi pongo lo scrupolo che anche in loco non sia stato debitamente evidenziato. Pochissimi articoli fanno presente che questo era l’antico titolo della basilica, una delle prime sedi vescovili in Puglia. Ciò suggerisce l’importanza strategica che in tempi lontani ricopriva il porto di Siponto, città che guardava ad Oriente e che accolse presto il culto per la figura taumaturgica di San Michele, che attecchì e caratterizzò la zona del Gargano già in epoca altomedievale. I resti dei pavimenti mosaicali rinvenuti parlano di diverse fasi decorative, a dimostrazione di come l’autorità della diocesi crescesse costantemente e con lei la volontà d fornire l’edificio di pregevoli apparati decorativi.

Ma Siponto si sviluppò su una zona altamente sismica, e già durante la fine dell’XI secolo pare si decidesse di adattare il vicino battistero (intitolato a San Giovanni Battista e dalla singolare pianta quadrata) a chiesa, per far sì che si potessero officiare le funzioni, presumibilmente interdette nella basilica a causa di importanti crolli che non la rendevano più sicura.

Senza questa informazione non si comprenderebbe il perché esistessero ad una distanza così ravvicinata due luoghi di culto chiamati a svolgere le stesse funzioni. Bisogna invece ipotizzare un primo periodo in cui l’attuale chiesa era un battistero collegato da un nartece alla basilica (testimoniato dal basamento degli edifici), che nel momento in cui la basilica riportò gravi danni strutturali vide il suo processo di riadattamento volto a trasformarlo in chiesa. Questa sostituì definitivamente l’antica basilica crollata a seguito dei due terremoti del 1223 e del 1255, che praticamente rasero al suolo l’area sipontina, al punto da far decidere al re Manfredi di Svevia di edificare una nuova città in una posizione considerata più sicura, cui dette il nome di Manfredonia.

L’estate è vicina e il mare lì è magnifico. Potrebbe essere un’ottima occasione per un incontro ravvicinato con questo nuovo modo di creare arte.

http://www.archeopuglia.beniculturali.it/index.php?it/105/luoghi-della-cultura/29/parco-archeologico-di-siponto

 

Pamela D’Andrea

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