La società secondo Banksy: arte che dissacra il sistema capitalistico

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Ha senso chiudere fra le mura di un museo o una galleria le opere che un artista realizza sui muri cittadini, quando il suo intento è veicolare a più passanti possibili messaggi di denuncia con l’obiettivo di destabilizzare la percezione di un sistema sociale che spesso viene vissuto con passività e senso di rassegnazione? La domanda non è da poco conto. Questa settimana a Roma, ha appena aperto una mostra dedicata a Banksy, dal titolo Guerra, Capitalismo & Libertà, che potrebbe rappresentare un nuovo tentativo, da parte dei mercanti d’arte, di voler dare un riconoscimento e una visibilità agli autori di street art con la conseguente iconizzazione delle loro opere. Un riconoscimento che spesso gli stessi artisti non desiderano, o, perlomeno, non auspicano quando è palese l’intento, da parte dei galleristi, di lucrare sulla propria modalità di fare arte. Anche perché la musealizzazione della street art porta a pensare che si tradisca l’idea che sottende la fruizione del messaggio dell’opera.

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È doveroso precisare quello che rimarcano i suoi organizzatori, cioè che si tratta di un’esposizione che tributa lo street artist Banksy e che non lo vede coinvolto direttamente in prima persona. Lo scopo è meramente didattico, cioè permettere una conoscenza più approfondita dell’artista e dei temi che maggiormente sono stati impiegati nelle sue opere, ricorrendo esclusivamente all’apporto dei collezionisti privati. Con una punta di orgoglio, si sottolinea la scelta di non aver inserito nel percorso di visita alcuno “strappo” (si intende la tecnica che porta via la porzione di muro che ospita l’opera) perché è vista come un’operazione che snatura la vocazione della street art, e che, contrariamente, è stata utilizzata a basse mani dagli organizzatori della mostra bolognese ancora visitabile fino al 26 giugno, Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano (http://www.genusbononiae.it/mostre/street-art-bansky-co-larte-allo-urbano/ ).

Prendiamo il caso specifico di Banksy, a più voci definito l’esempio più alto della street art contemporanea. Il suo modo di condensare in un’immagine una storia o un modo di pensare che spesso viene messo ironicamente in discussione, ha in qualche modo fatto scuola e creato epigoni a livello mondiale. Il successo delle sue rappresentazioni è proprio lì, in quel particolare familiare (che sia un oggetto di uso comune, il reimpiego di una raffigurazione famosa, l’inserimento di una personalità pubblica) che viene completamente decontestualizzato e inserito in una situazione paradossale, a tratti grottesca, che rimane impressa nella memoria e spesso fa scaturire riflessioni anche amare.

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Vale proprio la pena approfondire questa figura, che vuole restare anonima perché giustamente non ritiene sia la questione della sua identità a determinare la sua visione artistica. Pare non averlo capito il team di ricercatori della Queen Mary University di Londra, che ha scomodato le tecniche di profilatura geografica (utilizzato anche dall’intelligence per operazioni anti terroristiche) per dare un presunto nome e cognome all’artista. O più facilmente, data la fama del personaggio preso in esame, voleva solo farsi una gran pubblicità delle proprie capacità scientifiche  (la recente scoperta, avvenuta a marzo, è raccontata qui:  http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2016/03/04/new).

La scelta di rimanere anonimo non è così inusuale tra gli street artists. C’è da tener conto innanzi tutto che nel realizzare le loro immagini, spesso intervengono in modo illegale su muri, ma antepongono la propria libertà espressiva in cui spesso risiede la pregnanza della scena rappresentata che risulta spontanea e ficcante.

Nel caso di Banksy, sono numerosi gli esempi di questa arte libera e anticonformista: nel 2005 la realizzazione di nove immagini lungo il versante palestinese del muro eretto dagli israeliani sulla Striscia di Gaza, in cui bambini ammirano attraverso buchi eseguiti combinando l’usuale tecnica dello stencil a quella che dà un effetto trompe l’oeil immagini da cartolina, così distanti dai tragici scontri che quotidianamente martoriano quel territorio.

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Recentemente, una sua opera è apparsa su un muro del campo profughi di Calais: è “Il figlio di un migrante siriano”, in cui si può facilmente riconoscere Steve Jobs raffigurato come un fuggitivo, a voler rimarcare in che modo miope alcuni Stati appartenenti all’Unione Europea intendono gestire la difficile situazione di coloro che stanno scappando da una nazione che non offre un futuro.

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E agli stessi migranti di Calais sembra aver destinato i materiali con il quale aveva fatto realizzare Dismaland, un parco di divertimenti provocatorio, nel quale le attrazioni erano di dubbio gusto e il personale preposto all’accoglienza appariva piuttosto scorbutico per prendere in giro l’ipocrisia festosa di questi luoghi di svago.

In molti sperano che, sfruttando il suo anonimato, possa far visita alla mostra, e magari lasciare un segno tangibile del suo passaggio, in questo caso facendo autoironia sulla propria produzione al pari delle volte in cui, in alcuni musei inglesi, arrivò a esporre rappresentazioni modificate delle opere in situ della quale non ci si accorse subito.

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Guerra, Capitalismo & Libertà, Roma, Palazzo Cipolla, 24 maggio – 4 settembre 2016

http://www.warcapitalismandliberty.org

Come suggeriva Stefano Antonelli, tra i curatori della mostra a Palazzo Cipolla, rimando al sito dell’artista per poter ammirare le sue opere (distinte fra produzione in esterni e quella per interni, destinata a estimatori e collezionisti) e avere la possibilità di contattarlo personalmente:

http://banksy.co.uk

Per chi volesse addentrarsi nei più recenti dibattiti su cosa si intende per street art, cosa la differenzi dalla cultura dei writers e in che modo si connetta con il mondo dei galleristi ho selezionato due articoli che, a mio avviso, cercano di offrire spunti di riflessione offrendo dati, esempi e storie dai quali partire per una personale opinione in materia. Li inserisco in ordine cronologico, e non fanno riferimento direttamente a Banksy. Ultimo consiglio: leggete anche i commenti agli articoli, spesso gli stessi artisti intervengono nel dibattito offrendo preziosi punti di vista.

http://www.lavoroculturale.org/i-rischi-della-muralizzazione-delle-periferie/

http://ilmanifesto.info/storia/la-street-art-e-un-contenitore-vuoto/

 

Pamela D’Andrea

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