Edward Hopper, pittore della solitudine americana

Edward Hopper, Nightawks (1942, olio su tela, Chicago, Art Institute of Chicago Building)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. In campo artistico non sono stati molti i pittori che riuscirono a tradurre su tela in modo tangibile una sensazione quale la solitudine umana, condotta sia dalle persone fisiche che dai luoghi da loro abitati. Tra questi, spicca il nome di Edward Hopper (1882-1967), uno degli artisti più significativi nel panorama statunitense del XX secolo. Un maestro capace di rappresentare attimi di vita sospesa, dove non sono previsti colpi di scena improvvisi ma si ravvisa il quieto scorrere della quotidianità. Che però non appare rassicurante, ma spesso ha una nota malinconica e a tratti inquietante. Questa sua peculiarità fu fonte di ispirazione per vari registi dagli anni Cinquanta in poi (suoi estimatori furono Alfred Hitchcock, Michelangelo Antonioni, David Lynch e Wim Wenders), che desunsero dalle sue opere accorgimenti quali tagli di luce o inquadrature che sapessero suggerire una realtà “altra“ rispetto a quella immortalata nella scena.

Un talento, quello descrittivo, che deriva da alcune circostanze che caratterizzarono la sua formazione artistica. Proveniente da una famiglia della piccola borghesia angloamericana, fu incoraggiato dai suoi genitori a coltivare la sua passione per il disegno, prima con un corso per corrispondenza al quale seguì l’iscrizione nel 1900 alla New York School of Art, nella quale ebbe come insegnante William Merritt Chase, epigono dell’impressionismo francese. Si formò frequentando anche Robert Henri, amante della pittura en plein air e promotore di un’arte che trasponesse direttamente episodi di vita di strada. Grazie a loro, dimostrò un interesse per l’arte impressionista, in particolare per la tavolozza di Manet e per le figure e i tagli compositivi di Degas. E alla fine del suo corso di studi decise di studiare dal vivo le opere che lo avevano così ispirato, soggiornando per alcuni mesi a Parigi.

Edward Hopper, Soir Bleu (1914, olio su tela, New York, Whitney Museum of American Art)

Edward Hopper, Soir Bleu (1914, olio su tela, New York, Whitney Museum of American Art)

Compì altri due viaggi in Europa, facendo sempre una tappa nella capitale francese ma rimanendo estraneo ai fermenti avanguardisti che lì stavano prendendo piede. Una delle opere che più sembra debitrice delle atmosfere parigine è Soir Bleu (1914), in cui è comprensibile il tributo compositivo ai succitati Manet e Degas nella scelta di ambientare la scena in un locale con clientela eterogenea e i personaggi chiusi nelle proprie riflessioni come già visto ne L’assenzio di Degas. In patria il quadro non ebbe un buon riscontro, la qual cosa deluse Hopper al punto da fargli disconoscere l’opera e confinarla, arrotolata, nella soffitta della sua abitazione. Fu ritrovata solo dopo la sua morte.

Tornato stabilmente a New York nel 1913, non riuscì a trovare subito una collocazione e iniziò a lavorare come illustratore pubblicitario, attività che svolse per circa quindici anni. Questa lunga esperienza, anche se mal tollerata dall’artista (che avrebbe voluto dedicarsi esclusivamente alla pittura), gli fu utile per sviluppare la capacità di cogliere in pochi tratti gli aspetti peculiari della scena.

Edward Hopper, New York interior (1921 ca., olio su tela, New York, Whitney Museum of American Art)

Edward Hopper, New York interior (1921 ca., olio su tela, New York, Whitney Museum of American Art)

La sua pittura era ancora fortemente permeata della lezione impressionista, e solo quando decise di rappresentare la realtà americana seguendo lo sviluppo della sua società, alternando ambientazioni metropolitane con quelle rurali e immergendo in una luce calda corpi ed edifici (anche lui fu folgorato dal modo di definire le figure e di immergerle nella luce tipico dello stile di Piero della Francesca. In questo mio articolo parlo degli artisti che ne furono ispirati: https://virgoletteblog.it/2016/02/13/appunti-darte-44/ ) che definì uno stile riconoscibilissimo nel quale i suoi connazionali potevano finalmente ritrovarsi. Anche a costo di dover ammettere le contraddizioni della loro società borghese, la stessa che avrebbe voluto dare costantemente l’impressione che tutto andava bene, ma che invece aveva difficoltà nel connettersi con il prossimo, soprattutto nelle scene di vita domestica. Le motivazioni rimangono enigmatiche, ma non sembrano essere il punto su cui focalizzare l’attenzione.

Edward Hopper, Second Story Sunlight (1960, olio su tela, collezione privata)

Edward Hopper, Second Story Sunlight (1960, olio su tela, collezione privata)

Questo modo di proporre i soggetti rimase una costante della sua produzione fino alla sua morte, avvenuta nel 1967. Ma quello che colpisce maggiormente nelle sue opere sono la vividezza dei colori, saturi e luminosi e la puntualità dei dettagli, che restituiscono una rappresentazione viva della scena al punto di immaginare il movimento successivo dei soggetti immortalati. A tal proposito nel 2013 l’artista sperimentale Gustav Deutsch ha diretto un film intitolato Shirley: Vision of Reality, un omaggio all’arte di Hopper. La vita della protagonista si snoda attraverso l’utilizzo, come ambientazione delle scene, di tredici opere del pittore, recuperando l’espediente del tableau vivant (ossia “quadro vivente”, antica tradizione di intrattenimento nella quale attori in posa fissa inscenavano opere d’arte famose). Questo film si ripropone di raccontare uno spaccato della società statunitense dagli anni Trenta agli anni Sessanta, avvalendosi di una superba fotografia e di una tecnica cinematografica dal ritmo volutamente lento per riflettere al meglio le atmosfere sospese che permeano le opere di Hopper. Se vi ho incuriosito, ecco il trailer:

Come di consueto, questo è il link per programmare una visita:

Edward Hopper, Bologna, Palazzo Fava, 25 marzo – 24 luglio 2016

http://www.mostrahopper.it

 

Pamela D’Andrea

Condividi:

© 2012-2022 virgoletteblog.it creato da Filippo Piccini

Log in with your credentials

Forgot your details?