The Idol // Hany Abu-Assad

Talent show nella striscia di Gaza. Sembra una contraddizione in termini, ma “The idol” racconta proprio questo, senza dimenticare il dramma di un popolo contraddistinto, da troppo tempo, da guerra e distruzione. Eppure, in mezzo a un teatro dove caos e disperazione la fanno da padroni, c’è ancora posto, come ci mostrano Assaf e Nour, per coltivare un sogno e lottare per la sua realizzazione.

Assaf è dotato di una voce miracolosa e la prima parte del film, la più riuscita e convincente, segue le vicende di questi intrepidi ragazzini, capeggiati dall’irriducibile Nour, pronta a tutto pur d’imporsi musicalmente all’attenzione del mondo e di un popolo dimenticato, ma non piegato dalla storia. Dopo aver ottenuto i primi successi suonando nei matrimoni, il loro entusiasmo, viene messo a dura prova nel momento in cui le viene diagnosticata una grave insufficienza renale, che in breve la porterà inaspettatamente alla morte.

Questo tragico avvenimento, trattato senza patetismi e reso perfino sopportabile, grazie alla sua caparbietà e ironia che nonostante tutto non si lascia abbattere dall’inevitabile, crea una rottura drammaturgica che divide il film in due parti. Dodici anni dopo, ritroviamo Assaf tassista, in una Gaza, che nel frattempo non è cambiata di una virgola, e che nel profondo non ha rinunciato al suo sogno. Fosse solo per onorare la memoria dell’adorata e sfortunata sorella, decide di partecipare alle selezioni di Arab Idol, che si tengono al Cairo, territorio inaccessibile per i palestinesi. Per realizzare un grande sogno, ci vuole un grande coraggio e questo non gli manca di certo, e dopo aver varcato clandestinamente la frontiera, partecipa alle selezioni per poi vincere l’ambito talent, diventare così eroe nazionale e in seguito ambasciatore dell’Onu.

Anche se il film è stato associato (non a torto) a “The millionaire” di Danny Boyle e a tratti può risultare una storia troppo romanzata e strappalacrime, trova il suo punto di forza nel mostrare come il popolo palestinese non è diverso da tutti gli altri, dove sogni e aspirazioni riescono comunque a sopravvivere. I media di tutto il mondo dovrebbero dare più spazio ad eventi come questi, perché parlare di vittoria in un talent show, da parte di un palestinese, appare per certi versi addirittura fuorviante, per noi occidentali abituati a ben altre immagini riguardanti questa terra martoriata. E proprio perché si tratta di una storia vera, dovremmo prendere in maggior considerazione che tutto quello che viene proposto dai moderni mezzi di comunicazione presenta dei limiti davvero discutibili.

Laura Pozzi

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