La Via Crucis vista da Botero: una riflessione personale sulla sofferenza umana

Banner della mostra con particolare di Jesús y la multitud (2010, olio su tela, Medellín, Museo de Antioquia)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Non sembra un caso che un progetto intimo e dall’insolita tematica quale il prolifico racconto per immagini degli episodi che compongono la Via Crucis, sviluppato in anni recenti dal pittore e scultore colombiano Fernando Botero, sia ospitato proprio in questo periodo pasquale qui a Roma, nell’anno del Giubileo straordinario.

Dopo due anni di intenso e ispirato lavoro, in occasione dei festeggiamenti per la Pasqua e dei suoi 80 anni (compiuti nel 2012), l’artista decise di donare al Museo di Antioquia a Medellín, sua città natale, l’intero corpus di ventisette pitture a olio e trentaquattro opere su carta dedicate al racconto della Via Crucis. A sua volta, volendo far conoscere l’opera del suo artista più celebre, il museo ha stabilito che questa particolare collezione facesse il giro del mondo, concedendola in prestito ai vari Paesi che ne fanno richiesta.

Botero, orfano di padre in tenerissima età e destinato dallo zio a diventare un torero, si dimostrò inaspettatamente un enfant prodige in campo artistico: già prima di aver compiuto vent’anni poteva annoverare una prima esposizione personale. Saggiamente investì i soldi del premio conseguito al IX Salone degli artisti colombiani in un viaggio studio in Europa, per poter conoscere e meditare sulle opere dei grandi artisti del passato. Tra quelli che lo hanno maggiormente ispirato ci sono Velázquez, Goya, Rubens e molti esponenti del Rinascimento italiano, in particolare toscano. E dalle numerose suggestioni che seppe cogliere, ha distillato uno stile che ha l’insolito merito di essere rimasto sempre fedele e coerente nel tempo, assolutamente personale e riconoscibile (tanto da coniare il termine “boterismo”), che nelle pitture è connotato oltre ai volumi dilatati all’eccesso, da campiture di colore piatte e poco chiaroscurate, che sottolineano la bidimensionalità delle sue figure. Quando abbandona i rassicuranti colori tenui, la sua tavolozza richiama le cromie cariche di Mantegna e Giotto; i gesti sono congelati, i volti assorti in pensieri ermetici che difficilmente sembrano sfiorati da preoccupazioni. Le sue rappresentazioni sono esenti da toni drammatici, le tinte luminose e i contorni morbidi delle figure aiutano a suggerire un’ambientazione rassicurante e gioiosa.

Diversamente, in quest’ultima ricerca che tributa la cultura figurativa colombiana in cui l’arte sacra è onnipresente, Botero ha scelto di raffigurare il dolore, più che sul piano fisico rappresentando lo stravolgimento emotivo conseguente alla sofferenza davanti alla morte, non vista come liberazione ma come ingiustizia, perché sopraggiunta prematuramente in modo violento. E se la sofferenza del Cristo, per tutta la durata della sua Passione risulta composta e rassegnata, il pianto della Madre afflitta riporta alla memoria i moti d’animo dell’arte rinascimentale transalpina, con quelle urla strozzate e le espressioni stravolte.

Fernando Botero, Madre de Cristo (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Fernando Botero, Madre de Cristo (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Cosa ha spinto un artista che si professa laico a dedicare uno studio così attento sul tema? Botero stesso ha in passato spiegato che ha voluto recuperare un soggetto molto diffuso nell’arte fino al sedicesimo secolo. Per inciso, definirei quale evento che determinò questo cambiamento il periodo della Controriforma, quando, per rafforzare nuovi messaggi che venivano ritenuti far più presa sui fedeli, si accantonarono le rappresentazioni della Passione di Cristo. Eppure, a Botero quel percorso di sofferenza ha stimolato la riflessione di un dolore sopportato da un essere umano che non ostenta il suo lato divino. In una sola tela si allude alla sua divinità, in Sepoltura, dove la presenza di un angelo in volo ricopre il ruolo di agnizione del Figlio di Dio.

Fernando Botero, Sepoltura (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Fernando Botero, Sepoltura (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

A ben guardare infatti, in queste opere non compaiono aureole che distinguano i personaggi, non ci sono discepoli o seguaci, iconograficamente solo il Cristo e la Madonna sono immediatamente riconoscibili.

Spesso le scene (soprattutto quando sono affollate) mescolano personaggi abbigliati all’antica, altri con vesti codificate in epoca rinascimentale ed infine figure dall’abbigliamento moderno, spesso con il vestito buono delle feste come è tradizione indossare nella religiosissima Colombia. E così, in una scala più piccola dei personaggi coinvolti nella scena, si è auto-ritratto, rispettando la tradizione medievale della rappresentazione del committente dell’opera in scala minore, ma riconoscendo soprattutto il suo ruolo di artista che, come fecero anche Masaccio, Michelangelo ed altri pittori rinascimentali, prende parte alla scena in una posizione defilata.

Fernando Botero, El beso de Judas (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Fernando Botero, El beso de Judas (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

C’è da considerare anche questo: Botero racconta di essere cresciuto in una dimensione in cui sia nelle manifestazioni della vita pubblica, sia nella sfera privata la religione aveva un ruolo fondamentale e ingerente. Le immagini sacre si trovavano ovunque, ed era impossibile rimanere estraneo a quelle rappresentazioni e a quelle storie. E le raffigura con grande rispetto. Non ci sono interpretazioni ironiche o satiriche, che a volte hanno contraddistinto i tributi ad opere famose del passato. In questo ciclo, pur richiamando costantemente molte opere di artisti da lui studiati, l’intento è quello di meditare sull’ingiustizia, sulla volubilità dell’opinione pubblica nel Gesù e la folla, dove, come diceva Luciano Caprile, “la folla è sempre pronta a mutare gli osanna in crucifige”, sulla violenza perpetrata da chi, oggi come ai tempi dei Romani, indossa una divisa e si sente autorizzato da quella a commettere soprusi sui malcapitati che sembrano essersi schierati dalla parte sbagliata.

Img. 5 Fernando Botero, La via dei lamenti (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Fernando Botero, La via dei lamenti (2010, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Ed infine, l’indifferenza con cui viene accolto il messaggio evangelico più sentito, rappresentato dall’imponente Cristo dalla insolita pelle verde della Crocifissione. La croce non si staglia più sulla vetta del monte Calvario, ma troneggia in un parco cittadino, probabilmente il Central Park di New York, riconoscibile dal suo skyline che fa da quinta ad una scena che dovrebbe essere intrisa di drammaticità, ma non lo è. Colpisce piuttosto che i passanti, minuscole figure ai piedi della mastodontica croce, siano presi dalle loro abitudini quotidiane, per niente incuriosite dal dramma che si sta consumando.

Fernando Botero, Crocifissione (2011, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Fernando Botero, Crocifissione (2011, olio su tela, Medellín, Museo d’Antioquia)

Da notare la particolarità dell’inclusione ricorrente nei suoi quadri della figura dell’uomo comune, perché la sua arte  vuole averlo come interlocutore, vuole offrirsi come rifugio, momento di svago ed esperienza straordinaria alla quotidianità che appiattisce.

Ecco i riferimenti per la visita. In questi giorni, sempre a Palazzo delle Esposizioni ha inaugurato anche “Caravaggio Experience”, una coinvolgente video installazione visitabile con lo stesso biglietto (anche se, una volta che si è a Roma, preferisco suggerire di vederlo dal vivo nelle chiese che custodiscono le sue opere).

Botero. Via Crucis. La Passione di Cristo, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 13 febbraio -1° maggio 2016

http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-botero-via-crucis-la-passione-di-cristo

 

Pamela D’Andrea

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