Essere studente cronico o lavoratore intensivo. Chi ci rimette di più?

La  visione complessiva del rapporto fra lavoro e formazione,  è  propria di una classe imprenditoriale mediamente poco istruita e che ha da tempo operato una scelta strategica: puntare sulla svalutazione competitiva del costo del lavoro, anziché sull’innovazione.

Inoltre se un’ impresa vuole produrre innovazione ha necessità di un lavoratore che possieda determinate conoscenze, che derivano anche dall’approfondimento del suo percorso formativo e non dal tempo in cui ha conseguito il titolo.

Applicare la logica del primo che arriva non porta ad una visione più ampia della situazione.

Concentrarsi sui tempi di conseguimento della laurea, non può essere l’unica soluzione. Potrebbe però rappresentare un ingresso al mondo del lavoro non troppo tardivo (tra l’altro errato anche il paletto dei limiti di età che molti datori di lavoro applicano).

Molti studenti sono impegnati anche nel lavoro. Capita di frequente che le tasse universitarie siano coperte da borse di studio, capita altrettanto di frequente che  non tutti riescano ad accedere; e le tasse sono a totale carico. Bisogna poi aggiungere il costo dei libri e l’alloggio se si è fuori sede.

Così lo studente:

  • si ritrova a lavorare,
  • seguire le lezioni e
  • preparare gli esami

(posso affermare con certezza che si può studiare, lavorare e seguire le lezioni; se avete dubbi chiedetemi come, io e ad altri studenti ci siamo riusciti); è faticoso ma si può fare.

L’ostacolo maggiore si riscontra al momento della preparazione degli esami: dopo aver seguito le lezioni, ci si ritrova a sostenere alla fine di un semestre 6 o 7 materie.

I corsi sono stati seguiti nei mesi precedenti, oppure se si tratta di un esame da non frequentante, il più delle volte viene previsto un libro aggiuntivo. Fisicamente diviene faticoso.

In un dibattito, in Radio, La Città Radiotre proprio su questi argomenti la mia proposta e quella di altri studenti, è stata di cercare il sistema di non appesantire le sessioni d’esame.

Ad ogni corso terminato, sostenere l’esame; migliorare quindi la didattica, per agevolare lo studente.

In questo modo, si potrebbe ridurre il numero di studenti fuori corso e le conseguenti tasse.

Proporre poi corsi di laurea più professionalizzanti.

Tranne le professioni sanitarie, che hanno avuto un discreto successo; gli altri corsi di laurea al di fuori degli studi tradizionali (lettere, giurisprudenza,economia) non favoriscono l’ingresso sul mercato del lavoro così immediato.

A questo punto, allora le ultime dichiarazioni del Ministro del Lavoro, forse fanno venire qualche dubbio.

Serve davvero studiare, se poi le aziende vogliono giovani con esperienza?

Proviamo ad ipotizzare un sistema simile al Toyota Production System applicato all’iscrizione ai corsi universitari:

  1. cercando di rispondere immediatamente alle variazioni di mercato
  2. riprogrammando continuamente
  • tutte le facoltà a numero chiuso
  • seguire l’andamento del mercato
  • per esempio se la richiesta è di 100 infermieri per i prossimi 5 anni, inutile farne iscrivere 7000;

Perché invece di fare il 3+2, non si pensa ad un 2+3?

Un biennio uguale per tutti che prepari alla specializzazione degli anni successivi; anticipando la maturità. Una volta da noi esistevano le scuole di avviamento, spesso funzionavano e  davano subito lavoro. I giovani erano autonomi e potevano pensare a costruire un futuro, una famiglia.

Se uno studente deve studiare, lavorare e seguire le lezioni, il tempo libero che gli resta è davvero poco.

Proprio il tempo è un fattore fondamentale, deve essere quantificato. E’ uno dei parametri che quantifica la retribuzione. Le ultime dichiarazioni, lasciano molti dubbi.  Il lavoro viene quantificato anche con il fattore tempo.

Negli ultimi tempi si è cercato di far emergere il più possibile i contratti di lavoro subordinato mascherati da contratti di collaborazione, legata ai risultati.

I lavoratori sarebbero ben contenti di raggiungere lo stesso stipendio, con meno ore di lavoro, magari stando a casa uno due giorni. Ma no forse intendevano altro; lavorare il più possibile, rinunciare a vivere, avere lo stesso stipendio senza rispettare un orario, andando via solo a lavoro finito.

Se non si raggiunge il livello di produttività? I premi devono rappresentare un’aggiunta, se si tratta di lavoro subordinato, infatti sono concessi dopo che si è svolto il proprio lavoro, lo si è svolto bene, rispettando tempi e metodi.

Il tempo è un bene prezioso, non torna.

Non facciamo l’errore di tornare indietro. Se un lavoratore collaboratore è altamente produttivo, indipendentemente dal tempo che impiega durante la giornata, è più che giusto che venga premiato; se si tratta di un lavoratore subordinato, non si può prescindere dal fattore Tempo. Esistono i contratti di categoria e le mansioni da svolgere per ogni professione, si possono stabilire tempi e metodi per quasi tutti i lavoratori subordinati.

Oltre lo studio, oltre il lavoro bisogna avere il proprio tempo.

Sabrina Mattia

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