Il pavimento marmoreo del Duomo di Siena

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. La straordinaria “scopertura” del pavimento marmoreo del Duomo di Siena che si sta tenendo in questo mese di luglio ci offre l’occasione per conoscere più da vicino la tecnica e il vasto programma iconografico che connota e rende, citando il Vasari (che, bisogna precisare, non l’aveva visto portato a termine) il “più bello…, grande e magnifico pavimento che mai fusse stato fatto”.

Solitamente il pavimento è protetto dall’usura conseguente al passaggio dei fedeli e dei visitatori tramite delle lastre di masonite, e nel periodo immediatamente successivo al Palio dell’Assunta, per un paio di mesi, viene restituito interamente alla vista dei visitatori.

I numeri di quest’opera sono sorprendenti: il pavimento si estende per circa 2500 mq e consta di cinquantasei scene, cui si uniscono motivi decorativi che portano la somma a più di sessanta riquadri, eseguiti in un lungo periodo che va dalla fine del Trecento (secondo un ipotetico, ma mai comprovato, progetto di Duccio di Buoninsegna) fino alla fine dell’Ottocento. In questo lungo arco temporale, bisogna considerare che sono state ciclicamente restaurate e sostituite delle scene, quando queste erano troppo consunte dal calpestio e quindi illeggibili. È stato interamente realizzato con le tecniche del graffito (procedimento che prevedeva l’incisione superficiale della lastra marmorea tramite scalpello e trapano, nei solchi ottenuti si passava dello stucco nero che delimitava le figure) e del commesso marmoreo, simile nelle modalità di esecuzione alla tarsia lignea, in cui, dopo un iniziale bicromatismo, vennero utilizzati per dare colore alle scene marmi di provenienza locale, come il broccatello giallo, il grigio della Montagnola, il verde di Crevole. Il termine “commesso” deriva dal latino, e suggerisce l’operazione di “congiungimento” dei tasselli ricavati da lastre sottilissime di marmo. A monte di questa operazione c’era un disegno preparatorio, del quale veniva eseguito un cartone che era sezionato in tante parti quanti tasselli occorrevano per riprodurre la composizione.

Si parla, per l’inizio dei lavori, del periodo intorno al 1369, quando sono stati rintracciati i pagamenti a favore di alcuni mastri artigiani senesi che realizzarono i primi riquadri, che verosimilmente dovettero essere quelli della navata centrale, con immagini allegoriche come la Ruota della Fortuna e la Lupa senese circondata dai simboli delle città alleate. Quest’ultimo riquadro è l’unico che presenta le figure realizzate a mosaico. L’attuale scena è un rifacimento ottocentesco che riproduce fedelmente l’originale anche nella tecnica esecutiva. La scelta di questo soggetto civico rimarca la fierezza con cui la popolazione senese celebrava la discendenza dalla città di Roma. Secondo la tradizione, i figli di Remo, Ascanio e Senio (dal quale deriverebbe il nome della città), per sfuggire alla stessa fine del padre da parte dello zio, scapparono in Etruria portando con sé il simbolo della lupa capitolina e fondarono Siena, inserendo la lupa nello stemma cittadino.

Img.2- lupa senese

Duomo di Siena, scena con la Lupa senese circondata dai simboli delle città alleate (1372 circa, autore ignoto)

Il programma iconografico che sottende le scene è stato riconosciuto solo in tempi recenti e ha come filo conduttore la rappresentazione della Salvezza, annunciata da personalità pagane e personaggi veterotestamentari. La prima opera appartenente al ciclo è rappresentata sul sagrato esterno, in cui un Fariseo e un Pubblicano, che simboleggiano rispettivamente gli ebrei e i pagani, restano figurativamente fuori dal luogo di culto, perché non avendo riconosciuto la Venuta di Cristo non hanno diritto di assicurarsi la Salvezza eterna.

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Giovanni Paciarelli, schema del pavimento del Duomo di Siena (1884)

Nelle navate laterali si susseguono le rappresentazioni di dieci Sibille, cinque per navata, raffigurate accanto a targhe o cartigli sulle quali sono trascritte in latino le loro profezie che, con richiami più o meno espliciti, alludono alla venuta di Cristo, dalla sua nascita al suo ruolo primario nel Giudizio Universale. Furono commissionate ed eseguite nel biennio tra il 1482 e il 1483 da vari artisti senesi che riuscirono a produrre figure estremamente eleganti in uno stile omogeneo. Le fonti letterarie per le profezie sono tratte dall’opera apologetica di Lattanzio e dall’Eneide virgiliana.

Img.4 - sibilla

Duomo di Siena, scena con Sibilla Ellespontica, (1483 circa, su disegno di Neroccio di Bartolomeo de’ Landi)

Probabilmente riconducibile allo stesso autore che eseguì il disegno per la Sibilla Cumana, Giovanni di Stefano, è la scena collocata all’inizio della navata centrale, posta davanti al portale e raffigurante l’Ermete Trismegisto, personaggio leggendario dell’età ellenistica considerato come il depositario dell’intera sapienza antica. Il Corpus Hermeticum, a lui attribuito era alla base degli studi dei neoplatonici rinascimentali, quindi era una figura strettamente legata agli interessi culturali degli anni in cui venne eseguita.

Proseguendo sulla navata centrale, si trova il riquadro con la scena disegnata da uno dei pochi artisti non senesi coinvolto nel progetto: l’Allegoria del colle della Sapienza del Pinturicchio, pittore perugino attivo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, molto apprezzato dai papi Borgia e Piccolomini Todeschini e che, per l’allora cardinale, stava contemporaneamente affrescando la mirabile Libreria Piccolomini, cui si accede dalla navata sinistra. L’allegoria, che presenta anche le figure dei filosofi Socrate e Cratete, si riferisce al difficile percorso che l’uomo deve intraprendere per ottenere la sapienza, che dona anche pace interiore, schivando, lungo la strada, i pericoli e le felicità illusorie dei beni materiali.

Img.5- Pinturicchio

Duomo di Siena, Allegoria del colle della Sapienza, (1505, realizzazione di Paolo Mannucci su disegno di Pinturicchio)

Le scene collocate nei transetti si affollano di dettagli e personaggi prevalentemente veterotestamentari. Nella scelta degli episodi, a ben guardare, sono presenti riferimenti alla storia locale: così, le battaglie del popolo ebraico, legittimato per aver accolto la Rivelazione di Dio, richiamano quelle che negli stessi anni della loro commissione impiegavano Siena, consapevole della sua grandezza e potenza. Il risultato regala immagini spettacolari, ricchissime di dettagli anche molto minuti, caratterizzate dal largo impiego di marmi colorati.

E finalmente arriviamo a parlare dell’artista che ha eseguito il più alto numero di disegni per la decorazione, il senese Domenico Beccafumi, maestro manierista. Sono di sua invenzione trentacinque scene, che interpretano i cicli più importanti, le Storie di Elia, ospitate nel grande esagono centrale sotto la cupola, e le attigue Storie di Mosè, in cui, perfezionando il disegno in funzione dell’esecuzione a commesso marmoreo, toccò il vertice massimo di virtuosismo compositivo e coloristico, utilizzando gradazioni diverse che restituiscono effetti di luce e ombra assimilabili al chiaroscuro nel disegno. Segnalo che i bellissimi cartoni originali sono conservati nella Pinacoteca Nazionale di Siena.

Img. 6- Beccafumi

Duomo di Siena, Storie di Mosè (1525-1547, su disegno di Domenico Beccafumi)

La recente critica sta inoltre riconoscendo il giusto valore all’opera di un altro maestro, il caposcuola dell’arte purista Alessandro Franchi, anch’egli senese che, verso la fine dell’Ottocento, fu chiamato a completare la decorazione del grande esagono con le Storie di Elia.  Il suo lavoro, pur rimanendo fedele al proprio stile, è riuscito ad amalgamarsi alle composizioni di tre secoli prima, senza produrre fratture stilistiche troppo accentuate.

img.7- Franchi

Duomo di Siena, Elia rapito in cielo dal carro di fuoco (1878, su disegno di Alessandro Franchi)

Il mio consiglio è di visitare l’intero complesso dell’Opera del Duomo, in particolare intraprendendo la visita ai soffitti, che regala una splendida visione dall’alto del pavimento.

1 luglio – 31 luglio 2015

18 agosto – 27 ottobre 2015

http://www.operaduomo.siena.it/index.htm

 

Pamela D’Andrea

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