Un italiano a Parigi: Medardo Rosso tra materia e luce

Bentrovati nella nostra rubrica d’arte. Questa settimana vorrei portarvi a conoscenza di una meritevole mostra che si sta tenendo a Milano, che tributa un grande scultore italiano sconosciuto ai più: Medardo Rosso.

Guardando il panorama artistico italiano nel campo della scultura tornano alla mente sempre gli stessi, iconici nomi: Donatello, Michelangelo, Bernini… La loro grandezza è inarrivabile, ma la storia dell’arte non è fatta solo di capisaldi, quanto, più frequentemente, di processi creativi frutto dello studio dei maestri, di interpretazione e superamento secondo la propria sensibilità degli esempi precedenti, di confronto con l’operato degli artisti contemporanei in un dialogo che può portare ad un percorso di ricerca comune o divergere verso esiti molto interessanti.

Nella storia di Medardo Rosso (1858-1928) troviamo tutto questo. Un artista che, nei suoi anni parigini, è stato stimato, ammirato, accostato a Rodin, del quale per un periodo è stato amico. Anticipatore, negli esiti finali della sua ricerca, dello stile che contraddistingue il Modigliani scultore e Costantin Brancusi. E sicuramente a lui guardarono Carrà, Boccioni e Manzù.

Artisticamente, Rosso si formò a Milano, dove mostrò subito un’insofferenza per l’approccio dell’insegnamento accademico e si accostò ai temi della ricerca proposta in quegli anni dal movimento scapigliato: restituire la percezione del vero, senza le idealizzazioni del Romanticismo; studiare realtà quotidiane fatte di gente comune (prevalentemente vecchi e bambini) cercando di restituire in questi ritratti le qualità psicologico-caratteriali che si erano intraviste; proporre un approccio differente riguardo al medium scultoreo utilizzato, determinando una definitezza labile tra la figura e l’ambiente entro il quale il soggetto si muoveva o si apprestava a farlo. Ma non confondiamo questa indefinitezza nei contorni come un non compiuto, un’opera abbozzata: l’effetto è studiatissimo, l’artista ha voluto far emergere solo alcune, significative parti che mostrano la propria profondità psicologica se osservate da un determinato punto di vista e colpite da una precisa illuminazione.

Medardo Rosso, Birichino (1882)

Medardo Rosso, Birichino, (1882)  bronzo, cm 23,5 x 16 x16  (foto Giulia Mauri per ArtsLife)

La ricerca di Medardo Rosso, soprattutto nei suoi ultimi vent’anni di vita, lo portò a lavorare sugli stessi soggetti riproponendoli con variazioni minime, utilizzando vari medium, quali il gesso, la cera, il bronzo, per investigare l’interazione tra luce e materia. Il risultato restituisce suggestioni diverse, come se ogni materiale offrisse uno spunto in più che caratterizzasse l’opera, in un’evoluzione naturale dell’espressione ritratta. E sotto questo aspetto, l’allestimento della mostra ci aiuta ad apprezzare meglio gli esiti della sua ricerca, esponendo in sequenza le opere con lo stesso soggetto, presentandole nel loro punto di vista migliore, ma senza impedirci di girare attorno per ammirare la cura e la finitezza tecnica nel trattare il materiale. Osserviamo ad esempio come la risata senza freni della Ruffiana sembra ancora echeggiare nell’aria spostando lo sguardo dall’una all’altra interpretazione.

Medardo Rosso, Ruffiana (1883)

Medardo Rosso, Ruffiana, (1883), bronzo, altezza cm 34 – Medardo Rosso, Ruffiana (1885 ca.) gesso patinato cm 49,5 x 24 x 23,5 (foto Giulia Mauri per ArtsLife)

Dal 1889, Medardo Rosso si trasferì stabilmente a Parigi, dove rimase per venticinque anni, confrontandosi con un panorama artistico in continua evoluzione. Inizialmente si accosta alla resa impressionista dell’arte di Degas, indirizzandosi verso una minore caratterizzazione dei volti a favore del rapporto tra figura e ambiente circostante. I ritratti di Henri Rouart e soprattutto il Bookmaker dimostrano questa tendenza, facendo emergere il soggetto che, pur solo accennato nella sua caratterizzazione, riesce a trasmetterci la sua forza vitale.

Medardo Rosso, Henri Rouart (1913)

Medardo Rosso, Henri Rouart, (1913), cera nera su gesso, cm. 104 x 68 x 46,5 (foto Giulia Mauri per ArtsLife)

Parigi in quegli anni aveva appena congedato l’imperante spinta impressionista per indirizzarsi verso nuovi stimoli. Tra questi, Rosso si avvicinò alla visione antinaturalistica del Simbolismo, in cui intravide la possibilità di rendere in maniera più puntuale l’intuizione psicologica dei soggetti, asciugando e dando forma più sintetica alla materia.

L’esempio che vorrei portarvi è il soggetto della Madame X, arrivato in un’unica versione, che gli allestitori hanno collocato vicino alle due interpretazioni dell’Enfant malade (la versione in bronzo è stata scelta come soggetto per il manifesto della mostra), come fosse la loro diretta evoluzione verso l’astrazione.

In questo raffronto, e avendo ancora presente la produzione precedente dell’artista, il suo stile risulta cambiato, il punto di vista dell’opera è unico, i tratti somatici sono appena suggeriti, fino ad arrivare ad una forma solo intuita. Una volta colata sulla base di gesso, la cera rappresenta la materia prediletta da plasmare, poiché soddisfaceva appieno la sua investigazione dell’effetto della luce sui corpi, donando all’opera morbidezza nel modellato e calore cromatico. Inoltre permetteva di lavorare per sottrazione di materia e, in caso di ripensamento, si poteva facilmente aggiungere e amalgamare con la cera sottostante, fino ad ottenere l’effetto voluto.

Medardo Rosso, Madame X (1986)

Medardo Rosso, Madame X (1896), cera su gesso, cm. 30 x 19 x 24 (foto Giulia Mauri per ArtsLife)

Nella sala che ospita la Madame X sono esposti anche i suoi lavori fotografici, che Medardo Rosso utilizzò per portare avanti uno scrupoloso lavoro di post-produzione, che aiutasse a studiare gli effetti del lavoro svolto sulla scultura e, nel caso, correggere l’errore. Con la fotografia riuscì infatti ad identificare il punto di vista unico e il fascio di luce che desiderava offrire per apprezzare fino in fondo le qualità del modellato. Ai nostri occhi, si presentano come preziosa testimonianza di come voleva fossero proposte le sue opere, e nel caso di Impressione d’omnibus (1883-84) come unico documento che ci mostra l’opera andata perduta.

Sperando di avervi incuriositi, lascio il consueto riferimento per la visita, più un video della mostra:

http://www.mostramedardorosso.it

Pamela D’Andrea

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