La restituita Villa dei Misteri di Pompei

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Anche questa settimana vorrei prendere spunto da un evento, la recente riapertura della Villa dei Misteri a Pompei, per parlarvi di pittura romana. In questo edificio infatti sono conservati (e ora restituiti al loro antico splendore) due dei quattro stili in cui usualmente si distingue la pittura romana di tipo pompeiano.

Tra gli esempi di pittura antica, quella romana ha un’importanza capitale perché è una delle poche scuole pittoriche di cui si siano conservate testimonianze.

Così come capitò per la scultura, l’arte romana si ispirò nei suoi schemi compositivi, nelle tecniche e nel modellato, all’altissima qualità pittorica greca di epoca ellenistica; circolarono innumerevoli copie che, in parte arrivate fino a noi, ci permettono di immaginare quanto dovessero essere splendidi gli originali.

Oltre i fortunati esempi di affreschi tratti da edifici imperiali e ora conservati nei musei romani, abbiamo la possibilità di conoscere la pittura romana di una certa qualità grazie all’eccezionale ritrovamento delle città vesuviane di Pompei, Ercolano e Stabia, antiche zone di villeggiatura, nelle cui ville furono rinvenuti enormi quantitativi di pitture, soprattutto dipinti parietali. Come capita spesso, i modelli campani, se accostati ad analoghi esempi della capitale, sono di qualità inferiore ed eseguiti in anni più tardi, a conferma che i vari stili pittorici in cui si declina l’arte romana si affermassero prima a Roma (che ospitò molti pittori provenienti dalla Grecia, dalla Siria e da Alessandria) e poi si diffondessero nelle province.

Gli esempi di pittura pompeiana a noi arrivati sono databili tra il II secolo a.C. e la data dell’eruzione che sotterrò e sigillò tutto per quasi mille e settecento anni, il 79 d.C.. Generalmente, appartengono a quello che viene definito “secondo stile”, detto anche “delle finte architetture”. Sulla parete si voleva creare un’illusione prospettica, riproducendo motivi architettonici scanditi da finte colonne e dipinti a colori vivaci. Se presenti, le figure erano di piccole dimensioni e svolgevano una funzione secondaria.

Villa dei Misteri, Pompei - foto Matteo Nardone 2

Villa dei Misteri, Cubicolo, Pompei (foto di Matteo Nardone per Artribune)

In alcune opere più tarde del “secondo stile”, si assiste all’inserimento di scene con figure a grandezza naturale che raffigurano temi mitologici o liturgici, paesaggi o nature morte. Come vedremo, la Villa dei Misteri conserva forse il più significativo esempio di questa fase.

A Pompei, dal 60 d.C., sono documentati anche vari esempi del “terzo” e “quarto stile”, che vanno visti solo come varianti di ciò che era stato sperimentato nel passato. Pian piano si assiste ad un inaridimento della pittura, con la ripetizione degli stessi soggetti e una tecnica pittorica che non andava oltre a un buon artigianato.

La Villa dei Misteri, con i suoi tremila metri quadrati di estensione e costituita da oltre 70 ambienti, è forse il più bello e completo esempio di villa suburbana a noi pervenuto ed è famosa per essere una delle poche abitazioni di epoca romana che conserva al suo interno un ciclo completo di pitture murali e, per nostra fortuna, di pregevole fattura.

Fu costruita nel II secolo a. C. per essere una villa d’otium, quindi di proprietà di qualche personalità di spicco che scelse la quotata località di Pompei, con la sua posizione panoramica e la breve distanza dal mare, per poter godere del meritato riposo dagli affari quotidiani.  Già allora doveva comparire magnifica, con le sue ampie sale e i giardini pensili, ma soprattutto in età augustea fu ulteriormente ampliata e decorata. Il terremoto del 62 d. C. ne determinò un momentaneo abbandono, in seguito ci fu la trasformazione in villa rurale (quella che noi definiremmo una fattoria) con l’aggiunta di ambienti in cui lavorare, conservare e vendere il vino. Infine, fu sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Il suo rinvenimento avvenne nel 1909, per merito dell’allora proprietario del terreno, cui seguì una campagna di scavi condotta in modo scientifico negli anni 1929-1930. Lo stupore nel ritrovarsi di fronte alla completezza del ciclo pittorico della sala triclinare stabilì immediatamente l’importanza di questa scoperta e il soggetto dell’affresco, non facilmente interpretabile ma riconducibile al culto di Dioniso, determinò il nome della Villa.

Come abbiamo già accennato, l’edificio fu interessato da varie campagne decorative, non tutte dello stesso livello artistico. Ai nostri occhi quindi la Villa dei Misteri può essere considerata una sorta di compendio di vari stili pittorici pompeiani. Analizziamo alcuni dei locali attualmente visitabili.

La decorazione del cubicolo con le scene connesse al mito di Dioniso appartiene al “secondo stile pompeiano” e anticipa in soggetti e colori la grande rappresentazione della sala triclinare, cui sembra quasi far da anticamera.

Ed eccoci arrivati finalmente nell’ambiente più famoso, la sala triclinare, Il luogo dei banchetti, fortunatamente arrivata a noi affrescata lungo tutte le pareti e che si distingue per l’uso della rappresentazione megalografica dei personaggi, che figurano quindi a grandezza naturale; questa tecnica è stata ispirata sicuramente dalla pittura greca. Il suo autore, che operò verosimilmente verso la metà del I secolo a. C., era un artista locale di una certa bravura, rimasto anonimo, ben informato sulle tendenze artistiche della capitale e capace di riproporre i modelli studiati.

Il suo committente gli mise a disposizione un’ingente quantità di cinabro, pigmento costoso proveniente dall’Oriente, con il quale dipinse il fondo della sala di un intenso rosso vermiglio.

Villa dei Misteri, Pompei - foto Matteo Nardone 3

Villa dei Misteri, Sala dei Misteri, particolare, Pompei (foto di Matteo Nardone per Artribune)

La scena che si svolge sotto i nostri occhi non ha un chiaro riferimento a un racconto o a un mito, ma mostra varie scene che si susseguono, accomunate probabilmente dall’essere fasi di un rito. L’ipotesi maggiormente accreditata dagli studiosi è quella dell’iniziazione di una sposa ai misteri dionisiaci. Era un culto, quello dionisiaco, di ascendenza greca, non ben visto a Roma perché si riteneva che in alcune fasi dei Misteri si spingesse i propri iniziati a sovvertire le regole. Ma in una dimensione lontana da Roma, come quella di Pompei, i divieti ad accostarsi a questo culto erano più labili. Si ritiene che la stessa signora della villa fosse un’iniziata e ministra di questo culto, e che probabilmente abbia voluto far rappresentare le fasi che dovette attraversare per diventare sposa di Dioniso, come in un lungo flashback. 

Il tablinio (un locale assimilabile per uso al nostro salotto) invece fu decorato in quello che viene definito “terzo stile pompeiano” o “stile ornamentale”. Si sovrappose al secondo stile ed arrivò fino alla metà del I secolo d.C., all’epoca dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.). Presenta pareti a fondo nero con motivi decorativi di tipo egittizzante inseriti in piccoli pannelli, quasi a creare dei quadri (detti in greco pinakes).  La scelta di questo tipo di soggetti è da rintracciare nella moda arrivata con la allora relativamente recente assoggettazione dell’Egitto, avvenuta nel 30 d.C..

Villa dei Misteri, Tablinio, Pompei - foto Matteo Nardone 4

Villa dei Misteri, Tablinio, particolare, Pompei (foto di Matteo Nardone per Artribune)

La campagna di restauri, iniziata due anni fa, non è ancora terminata, ma è a buon punto. Il restauro finora effettuato ha permesso di riproporre i colori nel loro splendore originario. Gli affreschi sono stati ripuliti da sostanze come la cera e la benzina, che avevano creato sulla pittura una pellicola protettiva capace di preservare dall’umidità e dai cataclismi, ma che, d’altra parte, avevano smorzato l’intensità del colore originario.

Grazie a questo immane lavoro Pompei non è più sinonimo di esempi di mala gestione. Qualcosa si muove per invertire la direzione e l’opinione pubblica. E il mio invito è quello di lasciarsi incuriosire e andarla a visitare.

http://www.pompeionline.net

Pamela D’Andrea

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