Un esempio di mecenatismo illuminato: lo Studiolo di Federico da Montefeltro

Benvenuti nella nuova rubrica del sabato, incentrata su temi legati all’arte. Ogni settimana, prendendo spunto da iniziative ed eventi di un certo rilievo, offriremo degli approfondimenti per contestualizzare e (spero) apprezzare meglio le opere che esamineremo.

In questo primo appuntamento vorrei parlarvi di una recente iniziativa, frutto della politica di promozione del patrimonio italiano in seno ai Grandi Eventi per l’Expo 2015,  che ci restituisce temporaneamente (fino al 4 luglio) nella sua interezza decorativa lo Studiolo di Federico da Montefeltro, probabilmente la stanza più suggestiva del Palazzo Ducale di Urbino.

Direttamente dal Louvre arrivano i quattordici ritratti degli “Uomini illustri” mancanti, che sono stati reinseriti nei loro alloggiamenti originali. Un’assenza di quasi quattrocento anni, quando, a seguito della fine della dinastia reggente del ducato e la conseguente annessione allo Stato Pontificio nel 1633, le preziose opere all’interno del Palazzo Ducale solleticarono le mire collezionistiche di cardinali, furono usate come pegni per saldare bancarotte ed infine furono acquistate nel 1863 da Napoleone III.

Questa ricomposizione ha permesso, in previsione dell’allestimento della mostra, di sottoporre ad approfondite analisi scientifiche tutti i ventotto pannelli che costituivano il ciclo degli “Uomini illustri”. In questo modo, si sono potute scoprire informazioni inedite che sono spiegate nei pannelli multimediali che accompagnano i visitatori alla scoperta del progetto unitario che contraddistingueva lo Studiolo.

Ma capiamo meglio chi era Federico da Montefeltro e perché questo ambiente, lo Studiolo, sia così legato al suo committente, tanto da fornirci un ritratto fedele e profondo dello stesso.

Prima ancora di elevare la sua Urbino a ducato, Federico fu un grande condottiero e capitano di ventura del Quattrocento. Uno di quegli uomini che si possono definire fautori del proprio destino, con mezzi più o meno leciti, ma fondamentalmente dotati di grande forza d’animo e determinazione. Un indizio che ci racconta di quale pasta d’uomo stiamo parlando lo troviamo nei suoi famosi ritratti successivi al 1462. Lo vediamo raffigurato sempre di profilo, il sinistro, per la precisione. Di certo non si poteva definire un bell’uomo, caratterizzato com’era da lineamenti forti e una peculiare gobba sul naso.

Federico da Montefeltro

Piero della Francesca, Ritratto di Federico da Montefeltro (Dittico di Montefeltro), 1465 circa, Firenze, Uffizi.

La forma a squadro del suo naso è stata la conseguenza di un brutto incidente capitato all’allora conte durante una giostra, in cui perse l’occhio destro. Oserei dire coraggiosamente, Federico decise di sottoporsi ad un intervento di plastica facciale in cui fece spianare parte del suo naso adunco per permettere all’occhio sinistro di avere maggior raggio visivo. Questa decisione denota una forte propensione a non lasciarsi assoggettare a qualunque circostanza ostile gli si fosse presentata, ma affrontarla con vigore e senza lasciare nulla al caso.

Le vittoriose condotte militari di Federico garantirono un consistente afflusso di denaro, utilizzato per erigere il bel Palazzo Ducale e decorarlo, avvalendosi dei grandi nomi dell’epoca. Questi artisti trovarono nel loro committente una persona estremamente erudita e appassionata d’arte (attitudini probabilmente sviluppate durante l’adolescenza trascorsa nei monasteri benedettini) che lasciava loro esprimere la loro poliedricità (come nel caso dell’architetto e pittore Francesco di Giorgio Martini) o approfondire la loro ricerca stilistica stimolando l’inserimento di riferimenti allegorici ricercati nelle opere commissionate. Un esempio su tutti, la Pala di Brera dipinta da Piero della Francesca, dove la seconda moglie di Federico, Battista Sforza è elevata al ruolo di Madonna con in grembo il loro piccolo Guidobaldo/Gesù e Federico compare, in quello che ormai possiamo definire il suo profilo migliore, nell’atto della preghiera. Altro grande merito del nostro signore di Urbino è stato quello di attirare alla sua corte esponenti della scuola fiamminga come Giusto de Gand e il pittore spagnolo Pedro Berruguete, instaurando quel fecondo rapporto tra arte italiana e fiamminga che caratterizzò la produzione di grandi capolavori negli ultimi trent’anni del Quattrocento.

A loro, secondo la critica, fu affidato il compito di ritrarre le ventotto personalità che il conte riteneva lo avessero ispirato intellettualmente nel suo buon governo. Questi ritratti sarebbero andati a coronare la decorazione di uno degli ambienti più intimi dell’appartamento del Duca, lo Studiolo, che, assieme all’annessa Biblioteca, costituivano i luoghi in cui  Federico poteva dedicarsi alle sue antiche passioni da erudito.

Per questo, il Duca volle che l’ambiente pur così piccolo dello Studiolo, si facesse portavoce dei suoi interessi e della sua approfondita cultura e stupisse per la maestria delle decorazioni e dei rimandi allegorici che confermavano il raffinato gusto del suo proprietario. Coronato da un soffitto ligneo a lacunari policromo che celebrava le imprese ducali, lo Studiolo conquista i visitatori per l’eccellente qualità delle tarsie lignee che decorano, in due registri, la parte bassa delle pareti e creano l’illusione prospettica di un giro di panche su cui accomodarsi e di una serie di armadi al cui interno si intravedono oggetti riconducibili alle Virtù, strumenti scientifici e musicali. La bottega che creò questo capolavoro era sicuramente fiorentina (ricorrono le attribuzioni a Giuliano da Maiano e Baccio Pontelli), incerti sono i nomi degli artisti che fornirono ai bravissimi artigiani il disegno da riprodurre (si parla di Botticelli, Bramante, Francesco di Giorgio Martini).

Lo Studiolo del Duca dettagli

Al di sopra delle decorazioni lignee, si collocavano i ritratti degli Uomini illustri. La scelta delle personalità da effigiare mostra una volta in più il percorso di  Federico. Personalità che toccarono e ispirarono il suo animo. Personalità da lui conosciute fisicamente o attraverso le loro opere o imprese, riunite tutte per instaurare un dialogo virtuale che lo consigliasse per proseguire un governo illuminato. Le fece collocare lungo le pareti in gruppi di quattro su due piani (ad eccezione della parete ovest, dove si apre la finestra dello Studiolo): partendo dalla parete nord, in alto a sinistra si riconoscono Platone, Aristotele, San Gregorio, San Girolamo, Tolomeo, Boezio, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, Cicerone, Seneca, Mosè, Salomone, Omero, Virgilio, San Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Euclide, Vittorino da Feltre, Pio II, Giovanni Bessarione, Solone, Bartolo da Sassoferrato, Alberto Magno, Sisto IV, Ippocrate, Pietro d’Abano, Dante, Petrarca. Pur sapendo che vi operarono almeno due personalità (Giusto de Gand e Berruguete), il risultato di questa galleria ideale è unitario e realistico, i personaggi sono inseriti sullo stesso sfondo ed è stato scelto un punto di vista leggermente ribassato, giustificato dall’altezza in cui si collocano le tavole.

Lo Studiolo del Duca - Uomini Illustri

E ora, anche se temporaneamente, possiamo godere anche noi di questa magnificenza.

Lascio i riferimenti per una visita:

http://www.mostrastudiolourbino.it/#home

Pamela D’Andrea

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