IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA PUÒ  FALLIRE?

 viola mps

Mps resta al centro delle polemiche politiche, mentre qualcuno si domanda se anzichè salvare la banca non convenisse lasciarla fallire. Un’ipotesi che avrebbe comportato pesanti oneri per azionisti e obbligazionisti.

Il Monte dei Paschi di Siena può o persino dovrebbe essere lasciato fallire? Puntuale come le tasse la domanda torna a circolare sui mercati e nei salotti politici ed economici italiani e stranieri, riecheggiando discorsi già fatti in occasione delle crisi di Lehman Brothers, Dexia, Northern Rock o AIG, giusto per citare alcuni dei gruppi finanziari (alcuni lasciati fallire, altri salvati dai rispettivi stati) che in questi anni hanno riempito le cronache di mezzo mondo. Far fallire un’impresa (o banca) che, per colpa di manager infedeli o incapaci, acquisizioni infelici, strane operazioni, piuttosto che per un modello di business non adeguato allo scenario macroeconomico e di mercato in essere e prevedibile o per la resistenza al cambiamento che le sue componenti hanno dimostrato, continua ad accumulare perdite su perdite (nei primi nove mesi del 2012 il rosso è arrivato a 1,67 miliardi di euro) è secondo alcuni il modo migliore, più rapido ed efficiente e alla lunga anche indolore che si possa scegliere tra le tante alternative disponibili. Ma chi ne avrebbe più danno e chi giovamento?

Con il fallimento a piangere sono ogni volta gli azionisti, che vedono azzerato il proprio investimento e, nel caso di una banca che in Italia è controllata da una Fondazione (come è il caso della stragrande maggioranza degli istituti), perdono il controllo degli asset fino a quel momento controllati. Forse per questo l’ipotesi non è mai stata presa neppure per un istante in considerazione. Non perché ci fossero da tutelare i correntisti (che sono protetti in ogni caso sino alla soglia dei 100 mila euro per deposito anche in caso di default, come persino il caso islandese ha confermato), non perché l’istituto in questione abbia un portafoglio di Btp assolutamente rilevante (a fine settembre scorso erano attorno a 25 miliardi di euro), peraltro con una redditività pressoché nulla (0,25%) a seguito della malaugurata operazione di copertura dal rischio tasso decisa un paio d’anni or sono con l’accensione di swap che hanno convertito il tasso fisso (le cedole dei Btp) in tassi variabili (l’Euribor) e dunque di fatto inutilizzabili per raddrizzare i conti, ma perché si è cercato sino all’ultimo di evitare che la Fondazione Montepaschi dovesse definitivamente abdicare a quel ruolo di azionista di controllo che la politica voleva mantenesse.

A Palazzo Sansedoni hanno fatto di tutto in questi anni per mantenere il controllo (e, finché è durata la fase positiva, il flusso di dividendi che Mps girava all’azionista, consentendogli di svolgere la sua funzione di redistribuzione delle risorse sul territorio): hanno partecipato agli aumenti di capitale del 2008 e del 2011, anche indebitandosi (nel 2011 venne ottenuto un finanziamento di 600 milioni da un pool di 11 banche “tra cui tre italiane” come scrisse la stessa Fondazione nella sua Newsletter), hanno ceduto la partecipazione in Intesa Sanpaolo e quella in Mediobanca, hanno venduto (a Goldman Sachs) le azioni Mps di risparmio mantenendo solo i titoli ordinari. Tutto è stato vanificato dal crollo delle quotazioni di Mps, che ha imposto una svalutazione della partecipazione prima e l’alienazione di una parte dei titoli sul mercato poi, al punto che oggi la Fondazione Mps è socia al 37,56% della banca e in futuro neppure troppo distante rischia di scivolare ulteriormente, visto che in molti sono pronti a scommettere che i 3,9 miliardi di Monti Bond (che hanno sostituito in parte i 2,6 miliardi di Tremonti Bond e che prevedono tassi lordi annui a salire dal 9% al 15%) non saranno rimborsati ma convertiti in altri bond prima e in azioni Mps poi, con la conseguente probabile nazionalizzazione de facto dell’istituto.

Quanto potrà costare la vicenda Mps ai contribuenti italiani non è dato sapere al momento, molto dipendendo da come evolverà il quadro economico e di mercato nei prossimi anni. Certo al momento Mps, come tutte le altre banche, sta fronteggiando un progressivo deterioramento del credito e un aumento di incagli e sofferenze (ossia prestiti rimborsati con crescenti ritardi o ritenuti del tutto non più recuperabili) che rallentano, per di più, il riequilibrio di alcuni rapporti patrimoniali e contribuiscono a prolungare la stretta sul credito. Come per tutte le banche questi prestiti sono coperti in tutto o in parte da garanzie ipotecarie, ma l’ipotesi di procedere a vendite di corposi portafogli immobiliari in un momento come questo in cui il mercato, tra Imu, ipotesi di nuove patrimoniali e redditi da tempo calanti, è già imballato e i prezzi sono previsti in ulteriore discesa almeno ancora per quest’anno non è certamente tra le più agevoli da concretizzare. Anche perché Mps, anche in questo caso come molte altre banche non solo italiane, dovrebbe procedere alla dismissione anche di altri asset e attività non più ritenute strategiche. Rischia insomma di esserci parecchia, forse troppa, carne al fuoco ancora per diversi anni, non mesi o trimestri.

Naturalmente un eventuale (per quanto improbabile) fallimento oltre a tagliare le unghie alla politica (che però intanto vede un altro suo esponente, l’ex deputato del Pli e sottosegretario alla Difesa del governo Ciampi, Antonio Patuelli, attuale presidente di Cariravenna, salire alla presidenza dell’Abi come successore di Giuseppe Mussari, dimessosi nei giorni scorsi dopo essere stato coinvolto nello scandalo derivati di Mps) e risparmiare (forse) qualche costo ai contribuenti italiani, rischierebbe di pesare sulle spalle degli obbligazionisti e forse creare qualche scossone alle quotazioni dei titoli di stato italiani. In entrambi i casi, giova ricordare, a rischiare sono in buona misura i piccoli risparmiatori italiani cui tutte le banche sono solite vendere tanto obbligazioni bancarie quanto titoli di stato o fondi obbligazionari che in obbligazioni e titoli di stato investono il patrimonio affidato loro.

Come se ne esce allora? Ricapitalizzando le aziende (in questo caso le banche: nel caso specifico di Mps l’attuale presidente, Alessandro Profumo, ha quantificato in un miliardo di euro l’esigenza di ulteriori mezzi freschi aggiungendo di non vedere per ora eventuali nuovi soci pronti ad aprire il borsellino), rimuovendo il management inadeguato, anteponendo il benessere della società al controllo dell’azionista di riferimento e dunque, nel caso, anche accettando qualche socio estero. Ma sinché in Italia il motto “azienda povera, imprenditore ricco” (o banca povera, banchiere ricco) continuerà a rappresentare fedelmente la realtà della maggior parte delle nostre aziende (e banche), che il controllo sia in mano a poche grandi famiglie private o pochi grandi partiti politici fa poca differenza: saremo sempre costretti a recitare un ruolo marginale nel panorama economico-finanziario europeo e mondiale, con aziende (e banche) attente più a difendere le rendite entro i confini nazionali che a crescere all’estero. E’ l’ennesima conferma di un paese che invecchia, che continua a guardarsi alle spalle e non di fronte, che non sa più darsi una “missione” per il futuro suo e dei suoi cittadini. Che infatti, stanchi di essere vessati dal fisco e ignorati dalla politica, se non sono già degli “insider” al sistema, continuano a cercare all’estero fortuna. Una “estrema ratio” che alcuni fanno finta di non vedere e non capire, altri sembrano considerare una soluzione per la crisi (e un modo per difendere i propri privilegi residui). Come si usa dire di questi tempi sul web, “sapevatelo”.

da fanpage.it

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