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IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI? UNA SCELTA DI CIVILTÀ E DECENZA

Normalmente cerchiamo di astenerci dal qualunquismo. Tendenzialmente cerchiamo di evitare di cavalcare le ondate di populismo che ciclicamente attraversano il nostro Paese e monopolizzano l’attenzione dell’opinione pubblica. La stessa polemica anti-casta ci ha visto e ci vede certamente in prima fila, ma in relazione agli insopportabili privilegi e al sostanziale menefreghismo rispetto alle sorti del Paese di una classe politica che ha fallito ed è in larga parte responsabile della crisi in cui versa il Paese.

Per intenderci, noi di fanpage non crediamo che a “destra e sinistra” siano tutti uguali, che “si stava meglio quando si stava peggio” e che i “politici sono tutti ladri, i preti tutti falsi moralisti e i commercianti tutti disonesti” (scegliendo fior da fiore fra i luoghi comuni tornati prepotentemente in auge negli ultimi tempi).

Stavolta però le cose sono sostanzialmente diverse e, con le dovute differenze, ci sia consentito uno strappo, una piccola concessione. Già, perché di fronte alla “brutale evidenza” dei dati relativi all’enormità delle spese militari che vi abbiamo mostrato in un dettagliato dossier, crediamo sia doveroso dire con chiarezza e senza troppi distinguo alcune cose. Cominciando dai punti fermi.

L’idea che mentre al Paese vengono richiesti sacrifici si possa pensare concretamente all’ acquisto di 135 F35 è semplicemente scandalosa. La sola ipotesi di dover sperperare l’equivalente di un quarto della manovra lacrime e sangue targata Monti per fregiarsi della partecipazione al progetto FREMM a bordo di dieci fregate da guerra, semplicemente ci fa ribollire il sangue. Il pensiero di vivere in un Paese in cui i cittadini devono rinunciare alla rivalutazione delle pensioni sopra i 1400euro mentre non un euro viene stornato dai giocattoli di guerra dei nostri generali (si veda il progetto “Forza Nec”, per il quale rischiamo di spendere circa 12 miliardi di euro), è semplicemente insopportabile.

E davvero crediamo sia giunto il momento di chiedere al Governo ed al ministero competente un ripensamento complessivo della “strategia” in un settore così importante. Anche perchè, come mostrato dal nostro report, il sostanziale consolidamento delle spese per gli investimenti non è accompagnato da un miglioramento delle condizioni “complessive” dei tantissimi occupati dal settore, in larga parte lavoratori male utilizzati e sottopagati, costretti a scontare ritardi ed inefficienze, sotto il peso di una burocrazia abnorme e “antiquata”. Ecco perchè ci piace pensare che opporsi all’acquisto di nuovi prodotti dell’industria bellica non sia affatto in disaccordo con la valorizzazione del ruolo dei nostri militari, anzi. E’ un vero e proprio atto d’amore verso la nostra patria, una scelta consapevole e di grande civiltà, una ridefinizione delle priorità degna di un paese moderno e civile.

E per una volta, ci sia consentito banalizzare e sperare che si investa nella ricerca, nello sviluppo, nella crescita, nella cultura. Che si aggiornino vecchie teorie e inefficaci postulati (secondo i quali gli incentivi all’industria bellica rappresenterebbero in ogni condizione un volano all’economia). Che si faccia un passo indietro, rifuggendo da sterili “esibizioni di forza” e si mettano nuove risorse al servizio del Paese. Sarebbe un atto di civiltà e di decenza. Un atto d’amore per l’Italia.

da fanpage.it

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